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PsiCHIcoline: “La professionalità, quando il lavoro non è improvvisazione “

Una rubrica che nasce dal desiderio di avvicinare maggiormente le persone alle tematiche  psicologiche. Conoscere e conoscersi per considerare i problemi, le paure, le sofferenze come opportunità, spesso scomode e sgradite, di fermarci e guardarci dentro per trarre nuova forza, consapevolezza, speranza e fiducia.

A cura della Dott.ssa Monica Rupo

Psicologa – Psicoterapeuta

Scena 1. Girando tra le corsie di un supermercato, la mia attenzione è rivolta ad una signora che con in mano il suo biglietto numerato, attende il suo momento per essere servita in un banco del pesce. Si guarda attorno, forse pensando che questa volta farà presto perché è l’unica cliente in attesa di essere servita. Continuo la mia spesa, ma con la coda dell’occhio seguo la scena, per vedere se ciò che era già accaduto a me, settimane prima, fosse stato un caso o una modalità di vendita non attenta e poco professionale. Trascorre un bel po’ di tempo e la signora è ancora lì, ha lo sguardo dubbioso, interrogativo, la signora che dovrebbe servirla continua tutta affaccendata a lavorare nei suoi scaffali, toglie il pesce, lo sposta, lo etichetta, toglie il ghiaccio da terra… e la signora sempre lì, speranzosa, probabilmente con l’umore che sta iniziano a cambiare e il solito dilemma: resto o vado via? Mi ha vista o non mi ha vista?

Scena 2.  La giornata sarà lunga e decido di prendermi un caffè, entro in un bar, il barista dietro il bancone mi vede entrare ma con uno sguardo perso in chissà quale galassia gira il volto da un’altra parte facendomi sentire trasparente. Pazienza, decido che sarò io ad accogliere lui e non viceversa, per cui esordisco con un “Buongiorno” scandito chiaro, ma niente,  l’attenzione del barman vaga da un punto all’altro del bar, vedo i suoi pensieri racchiusi in bolle. Al terzo buongiorno ottengo finalmente il buongiorno di ritorno e poi… silenzio, lo sguardo del ragazzo cade finalmente su di me, ma lo sguardo rimane fisso: se fossi una persona insicura, mi cadrebbero tutte le certezze: “Devo avere sbagliato locale, ho il rossetto sbavato, che succede?” Rimango ferma in attesa, voglio dare una possibilità a questo giovane smarrito, ma niente, alla fine cedo e ordino io un caffè.

Scena 3. Entro in un negozio di alimentari e sento una commessa che dopo avermi salutata con un cenno del capo, continua a parlare al telefono con suo marito o forse ex marito, discutendo sull’organizzazione dei figli, accuse, i toni si accendono… “Scusi il disturbo” penso tra me e me, forse è meglio che ritorni, ma rimango lì, del resto sono abituata a gestire la privacy.

Scena 4. In un reparto di ospedale, una inserviente si intrattiene qualche secondo a parlare con una paziente per una  richiesta di un’informazione da parte di questa ultima. Appena mette piede fuori dalla stanza arriva con piglio deciso il suo responsabile che noncurante di tutte le persone attorno la “asfalta” rimproverandola sui tempi della gestione del suo lavoro.

Scena 5. Gruppo di colleghe di un ambulatorio, iniziano a parlare delle ingiustizie e cattiverie del loro datore di lavoro, pettegolezzi su altri colleghi, racconti poco idilliaci sul dietro e davanti alle quinte, retroscena di ordinaria disorganizzazione. Il tutto condito su aneddoti di clienti/pazienti irrispettosi, maleducati, con un linguaggio decisamente colorito. Gli sguardi si spostano ogni tanto sul mio, come se ogni tanto un barlume di riservatezza riaffiorasse, salvo scomparire immediatamente nella animosità e perseveranza delle proprie rivendicazioni. Una di loro mi punta e capisco che cerca una sorta di solidarietà sulla parola, e mi vedo fare un cenno di assenso con la testa, ma in realtà sto pensando che non ho poi tutta questa voglia di ascoltare, fuori dal mio lavoro, i problemi e le rabbie altrui e soprattutto non lo trovo corretto.

Questi racconti hanno tutti un denominatore in comune, la mancanza di professionalità che ritrovo sempre più spesso in molti ambiti lavorativi. Le questioni personali poste in primo piano scalzano spesso l’ABC di ogni rapporto venditore/cliente, servizi/utenza, ecc. Stiamo attraversando un momento storico, di crisi, incertezze lavorative, precariato e non mi addentro su analisi sociologiche e politiche di cui non ho competenze. Spesso però mi interrogo su quanto siamo disposti a metterci in discussione su aspetti riguardanti il lavoro che non si riferiscono solo a fattori esterni, di cui sopra, ma anche a fattori interni. Negozi e attività che aprono e che chiudono dopo poco tempo sono sempre di più, altri che resistono nonostante le difficoltà e la concorrenza. Il mondo del lavoro è sicuramente cambiato rispetto al passato e riuscire a stare in piedi è una impresa ardua, ma le riflessioni di questo articolo sono proprio rivolte a chi nonostante le difficoltà desidera aprire una attività o rimanere in attività. Solo spunti di riflessione.

Innanzitutto dobbiamo parlare della professionalità che dovrebbe essere insita in qualunque attività lavorativa. La professionalità non è una qualità innata, ma può essere appresa, una competenza che possiamo suddividere in tre dimensioni tra loro interdipendenti: morale, professionale, relazionale.

La dimensione morale riguarda i valori morali di fondo e i principi etici di una persona che ispirano o dovrebbero ispirare il comportamento di qualsiasi operatore professionale. Il professionista si avvarrà di conoscenze specialistiche, di esperienze, di informazioni e background culturali, maggiori rispetto al suo interlocutore senza approfittare di tale conoscenze per ricavarne un beneficio personale. Inoltre grazie a tale sensibilità, egli comunica e si relaziona sempre con modalità simmetrica, cioè alla pari, privilegiando un linguaggio semplice, chiaro e alla portata di chi ha di fronte. Si instaurano così le premesse per un rapporto di reciproca fiducia, leale e trasparente, frutto dell’osservanza sistematica di un rigoroso codice deontologico, che il professionista si sente moralmente impegnato ad osservare dovunque e sempre.

Il secondo aspetto  si riferisce alla dimensione  professionale, la fase più operativa nella quale il professionista mette a disposizione degli altri tutta la sua conoscenza  e il suo “saper fare”, per conseguire gli obiettivi di volta in volta concordati. In questa dimensione sono evidenziate quindi le competenze, l’esperienza professionale consolidata sul campo, l’intelligenza declinata nelle sue varie forme, la creatività. È quindi un momento cruciale in cui il “mestiere” viene fuori, prende forma e diventa sostanza. Questa seconda dimensione della professionalità è quella che mette in crisi i non professionisti, coloro che si improvvisano, e che sono spesso più interessati ad un facile e spesso illusorio  guadagno che non ad aumentare le loro competenze ed esperienze. Spesso manca la passione, l’impegno, la capacità di autocritica ed il reale desiderio di sacrificio verso una professione che andrebbe arricchita ed implementata. Viene meno in sintesi la parte del  “know-how” su cui poggia una moderna professionalità, intesa come l’insieme di saperi e abilità e competenze necessari per svolgere bene una determinata attività. In questa dimensione così concreta e dinamica, i  soggetti privi di professionalità arrancano, riuscendo a conseguire risultati spesso mediocri, ben al di sotto delle aspettative di chi ha riposto in loro piena fiducia, ritenendoli professionisti credibili e affidabili.

La terza dimensione della professionalità, la più critica, e spesso la più sottovalutata, dandola erroneamente per scontata, è quella relazionale e umana; consiste nel saper essere” veri professionisti.  In realtà questa può essere considerata la la dimensione più complessa  ed articolata. Molti delle situazione descritte all’inizio dell’articolo si riferiscono proprio alla difficoltà di tanti professionisti di muoversi dentro questa dimensione, che risulta essere in molti lavori una dimensione che può favorire o al contrario porre in secondo piano le altre due  dimensioni. Ma in cosa consiste esattamente la dimensione relazionale? Possiamo parlare di capacità nella comunicazione interpersonale, competenze che hanno innanzitutto una base nel proprio repertorio di comportamento, di abilità sociali, di competenze emotive consolidate personali. Tali competenze non sono innate ma vengono prese nel corso della vita e non tutte le persone ne sono fornite. Tali competenze sono invece indispensabili nel professionista di oggi che vuole gestire attività, poiché servono per riconoscere, gestire ed esprimere  in maniera socialmente accettabile pensieri, emozioni stati d’animo e per governare la complessità delle dinamiche relazionali. Nello specifico delle competenze possiamo ricordare tra le più importanti: l’empatia, la stabilità psicoemotiva, la padronanza di sé, la gestione dell’ansia e dello stress. Tra le varie competenze sopra citate merita sicuramente un’attenzione particolare l’empatia intesa come condizione “sine qua non” di qualsiasi attività professionale. Infatti è attraverso la capacità empatica, che il professionista si pone di fronte alla persona, al cliente, all’utente di un servizio. Una persona con i suoi problemi, i sui desideri, le sue aspettative, che vanno ascoltati, compresi, rispettati. La capacità di entrare nell’assetto emotivo di chi ci sta di fronte, impone anzitutto la capacità di mettere in secondo piano il proprio assetto emotivo, i propri problemi.

Non possono infine mancare altri due aspetti che riguardano l’entusiasmo e l’ottimismo che sono risorse mentali necessarie per operare con efficacia (raggiungendo l’obiettivo prefissato) ed efficienza (avere abilità nel raggiungere l’obiettivo impiegando le risorse minime indispensabili).

Queste due qualità permettono a chi le possiede di svolgere con impegno e passione qualsiasi lavoro, poiché un professionista coscienzioso e responsabile svolgerà la sua attività sempre al meglio per sentirsi in pace con se stesso, pienamente soddisfatto e realizzato.

La  professionalità è dunque  un costrutto globale, un insieme di fattori  articolati e complessi fatti  di conoscenze, competenze, strumenti e qualità umane. In un momento storico di così fragili certezze, di cambiamenti repentini, di mercati sempre più in concorrenza, l’aspetto della qualità del servizio, intesa come capacità di proporre le dimensioni sopra descritte, diventa imprescindibile. Laddove inoltre tante relazioni interpersonali sempre più sono veicolate dietro un monitor, una chat, uno schermo, la parte “umana relazionale” può fare ancora oggi la differenza. L’accogliere l’altro nei suoi bisogni con gentilezza, con un sorriso, con una buona capacità di problem solving, con serietà, con rispetto, con scrupolosità, può fare l’enorme differenza tra le tante offerte del mercato del lavoro. Ed infine un ultimo spunto che riguarda l’aspetto della curiosità e della formazione. Pochissimi lavoratori oggi, sono esenti dal rimanere sul mercato senza aggiornarsi, studiare, formarsi. Il mondo corre, va veloce, questo significa che un lavoro è spesso in continuo cambiamento, bisogna stare al passo con le novità, bisogna sapersi mettere in gioco, cercare stimoli e capire come migliorare le proprie conoscenze che non sono più statiche come nel passato, ma sempre in trasformazione.

“Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti”.

(Charles Robert Darwin)

Bibliografia: “Vocabolario dell’intelligenza emotiva ed altro…”  di Angelo Battista – Cacucci Editore 2011

SCRIVERE PERCHE’: “Scrivere di emozioni”

Perché una rubrica? Perché una rubrica con dentro contenuti di uno scrittore attore? Semplicemente perché l’arte non è solo apparire ma è anche lavorare con se stessi per approdare a risultati di cui tutti possono fruire. Leggere… leggete… troverete un mondo dentro gli spazi bianchi fra le righe nere.

A cura di Graziano Di Benedetto

Scrittore – Attore

Si dice spesso che la scrittura sia un dono della natura e che pochi fortunati siano in possesso di tale dote. Vado controcorrente ed affermo che tutti possono scrivere emozionando ed emozionandosi.

Pongo alcune domande: “Chi non è mai stato innamorato? Chi non ha mai subito una delusione amorosa? Chi non ha mai subito un lutto o litigato con colleghi, amici, familiari…o chi non ha mai assistito ad eventi particolarmente forti?

Ecco, di questo si deve narrare. Se non si vogliono mettere in gioco le proprie emozioni, l’osservazione è la base di una scrittura efficace. Tutto è fonte di emozioni, tutto è fonte di scrittura. Altro elemento da non sottovalutare è l’utilizzo dei sensi che normalmente usiamo, come l’olfatto: gli odori o i profumi scatenano ricordi antichi, forti, che colpiscono dritto allo stomaco.

Una minestra indigesta potrebbe diventare una pagina piene di emozioni scritte:

“Scendevo le scale che conducevano alla mensa, scale bianche come il latte, piene di venature rosa, come capillari malati, superficiali. La puzza di minestra colma di verdure vecchie, bollite e strabollite mi entrò nelle narici. La puzza si fece strada dentro i polmoni, dilatandoli fino a scoppiare. Broccoli marci come i pensieri della monaca che controllava i poveri bambini, inquadrati come soldatini feriti e senza futuro….”

Questo è solo un piccolo esempio di ciò che si potrebbe scrivere. Un inizio. E tutto nasce dalla puzza o odore di una minestra indigesta. Il resto viene da se. Lasciamo libere interpretazioni ai lettori e continuiamo scrivere sfruttando semplicemente il mondo che ci circonda.

Tutto è scrivibile e DESCRIVIBILE.

 

PINEROLESE WILD: “La Cicogna”

Una rubrica che grazie alle sue immagini e nozioni porterà i lettore alla scoperta della flora e della fauna del nostro territorio. Un viaggio che vi farà immergere nella natura della pianura, collina e montagna tra fiumi, sorgenti, piante, fiori ed animali che caratterizzano da secoli le nostre terre.

A cura di Claudio Bonifazio

Foto scattata in località: Racconigi (CN) presso il Centro Cicogne ed Anatidi. 

Descrizione del Centro Cicogne ed Anatidi

Il Centro nasce nel dicembre del 1985 per la reintroduzione della Cicogna bianca, specie estinta dall’Italia come nidificante dal Settecento, grazie alla collaborazione tra la Lega Italiana Protezione Uccelli e l’appassionato ornitologo Bruno Vaschetti. Alla luce dei risultati positivi ottenuti dal progetto cicogna, il Centro intraprende, a partire dal 1989, il progetto Anatidi, mirato alla protezione di specie di anatre, oche e cigni rare o in pericolo di estinzione. In questo senso è stato avviato il progetto LIPU per la reintroduzione del Gobbo rugginoso, un’anatra tuffatrice estinta in Italia dagli anni Settanta. Dal 1995, considerando anche gli interventi comunitari mirati alla salvaguardia della biodiversità attraverso la creazione di zone umide, il Centro ha promosso una serie di interventi rivolti al ripristino di aree umide, finalizzate alla sosta degli uccelli migratori e, in particolare, dei Limicoli, i piccoli trampolieri che frequentano le paludi. Ad una prima area di soli due ettari, ora il Centro sta affiancando un ulteriore ampliamento di circa 15 ettari, per offrire agli uccelli una zona sicura e tranquilla dove sostare durante i movimenti migratori. Qui, attraverso capanni di osservazione e percorsi schermati, è possibile dedicarsi al birdwatching, l’osservazione degli uccelli nei loro habitat, ed effettuare così anche interessanti osservazioni sul comportamento degli animali, utili per la ricerca scientifica.

Descrizione

La Cicogna bianca (Ciconia ciconia) è un uccello di grandi dimensioni (altezza 1 metro – apertura alare 1,80 metri – peso 3-4 chilogrammi), di colore bianco ad eccezione delle penne remiganti che sono nere, con becco e zampe arancione.

Alimentazione

Non ha particolari esigenze alimentari, poiché si adatta a qualunque cibo, anche variando a seconda del luogo ma, in prevalenza, si nutre di cavallette o lombrichi, nonché pesci, invertebrati palustri e rane, aggiungendo a volte semi, bacche, lucertole e persino roditori. Quando raggiunge l’Africa migrando, ha una più grande varietà di prede tra cui scegliere e, a seconda dei casi, predilige le piccole prede reperibili nelle zone umide (come anfibi o pesci), ovvero, nella savana, le numerosissime cavallette e altri insetti.

Riproduzione

Nei mesi di marzo e aprile, i genitori preparano su un albero, su un tetto o su un altro manufatto un grosso nido largo più di 1 metro, in cui la femmina depone in media 3-4 uova, che vengono covate per 35 giorni da entrambi i genitori. Dopo la schiusa, sia il maschio che la femmina provvedono ad allevare i pulcini che, dopo 70 giorni, imparano a volare.

Verso 

 

Distribuzione e habitat

A fine luglio – inizio agosto, quindi, le giovani cicogne sono pronte a intraprendere la migrazione verso i quartieri di svernamento. Grazie alla tecnica dell’inanellamento si è constatato che le cicogne che transitano in Piemonte migrano attraverso la Valle Stura di Demonte (Cuneo) per poi percorrere la Francia e la Spagna: molti individui poi si trattengono già nel sud della Spagna per trascorrere il periodo invernale, mentre altri soggetti si spingono fino al nord Africa (Marocco e Tunisia). Ad ogni primavera, poi, le cicogne faranno il tragitto inverso per ritornare nei siti di nidificazione; solo le giovani cicogne rimarranno in giro per i primi 2 anni di età, perché, nidificando solo nella primavera del 3° anno, posso permettersi di girovagare per ancora un po’ di tempo prima di metter su famiglia!

Varie e curiosità

In molti Paesi europei è cosa consueta osservare le cicogne nidificare sui tetti delle case: basta andare in Alsazia o in Grecia per ammirare questi eleganti trampolieri sostare indisturbati sulla sommità degli edifici. In Italia, invece, la Cicogna bianca è estinta, come nidificante, dal 1700: questo significa che la specie era presente nel nostro Paese solo come visitatore occasionale, durante il passo migratorio e che, solo raramente, si verificavano sporadici tentativi di nidificazione.

Proprio nella campagna cuneese, attorno a Racconigi, le cicogne non sono mai mancate: ogni primavera, come ogni autunno, era possibile osservare alcuni esemplari in sosta durante la migrazione. È solo con un tentativo di nidificazione di una coppia nel 1980, fallito purtroppo per bracconaggio, che emerge con forza l’idea di tentare un progetto scientifico per reintrodurre la specie in Italia.

E così che, in collaborazione con la Lega Italiana Protezione Uccelli e grazie all’esperienza dell’ornitologo Bruno Vaschetti, proprio a Racconigi, viene avviato nel 1985 il primo progetto italiano per riformare una colonia nidificante di cicogna bianca.

Grazie all’aiuto del primo centro cicogne europeo, fondato da Max Bloesch in Svizzera nel 1948, arrivarono a Racconigi le prime 10 cicogne che, ospitate prima in voliere, vennero poi liberate. Già nella primavera ’86 nidificava la prima coppia di cicogne in libertà, dando inizio ad una nuova generazione di cicogne italiane.

E così nel tempo si è ricostituita una colonia stabile di cicogne nidificanti: ogni anno, infatti, circa 30 coppie si riproducono nella zona, occupando sia le piattaforme appositamente predisposte sui comignoli delle case sia le sommità di castelli e campanili.

Grazie agli anelli di riconoscimento, è stato possibile constatare che ogni anno si fermano a Racconigi, per il periodo riproduttivo, cicogne marcate in Svizzera, Germania, Francia, e viceversa, cicogne inanellate sui nidi a Racconigi, sono state osservate in Olanda, Danimarca, Francia, Spagna fino ai paesi del Nord Africa. L’inanellamento, infatti, è un metodo scientifico, coordinato in Italia dall’Istituto Nazionale Fauna Selvatica di Ozzano Emilia (Bologna), che permette, grazie ad una codifica internazionale, di ricostruire le storie individuali degli animali e di scoprire, così, i percorsi che hanno compiuto, i tempi di sopravvivenza e molte altre informazioni sulla loro biologia.

Hai osservato una cicogna inanellata? Se osservi una cicogna inanellata, si può avvisare il Puoi inviarci una mail, magari anche con una foto dell’animale in cui sia possibile vedere l’anello e magari leggere la codifica riportata! I dati utili sono: data, ora, località, comune, provincia, tipo di marcatura, colore dell’anello e sigla incisa, oltre ad altre notizie utili a descrivere il comportamento dell’animale. Contribuirai anche tu, così, a migliorare la conoscenza sulla vita di questi animali! Riceverai una risposta Le cicogne marcate in Italia hanno, oltre all’anello metallico, un anello in plastica di colore blu, riportante quattro lettere bianche in stampatello maiuscolo.

Cara Madre Terra: “Appunti dal seminario del Prof. Mercalli “

Una difficile missione, se non quella di fermare il degrado della Terra cercando in tutti i modi di garantire un futuro migliore al prossimo. Tutto dipenderà dalle nostre scelte, ed in questa rubrica cercheremo di sensibilizzarci verso un Mondo più pulito ed in simbiosi con la natura.

A cura di Roberta Monagheddu

Il 5 marzo 2018 ho partecipato al seminario “Riscaldamento globale, climatologia, scenari futuri e impatti attesi” tenuto dal Prof. Luca Mercalli, sì proprio lui, il meteorologo e climatologo italiano, nonché presidente della Società Meteorologica Italiana. La stessa persona che, in terza media, facendomi l’autografo scrisse: “Guardare le nuvole e risparmiare energia”. Un grande, pensai. Ancora oggi riesce a muovere le masse con la potenza e la verità delle sue parole, perché c’è passione, urgenza e grande preparazione nei suoi toni per gli argomenti trattati. Ebbene il suo seminario, che ho tentato di semplificare e riassumere, è stato un’introduzione al corso “Cambiamenti climatici e socio economici” del Politecnico di Torino.

Da quando è comparso l’uomo, per 190.000 anni non ci sono mai stati periodi abbastanza lunghi di stabilità climatica per permettergli di sviluppare l’agricoltura. Alcuni ritengono che solo da quando il clima si è stabilizzato, dopo l’ultima glaciazione (20.000 anni fa), con piccole variazioni di 1°C circa, sia stata possibile la domesticazione dei vegetali. Se oggi siamo qui, con una civiltà ed una società di questo tipo, lo dobbiamo al clima.  Avremmo dovuto fare in modo che non degenerasse a garanzia del proseguito del nostro cammino. Invece adesso ci ritroviamo a fare i conti con un clima con caratteristiche sconosciute al genere umano, mai verificate in ben 10.000 anni.

Le grandi sfide dell’umanità di oggi vengono definite in due distinte terminologie:

  • MITIGAZIONE: cercare di non soccombere a causa di una nuova variabilità climatica
  • ADATTAMENTO: adattarsi a ciò che ormai è inevitabile, a quella parte di cambiamento già innescato

Ma come siamo potuti arrivare fino a questo punto? Abbiamo interferito con il bilancio radiativo terrestre, ovvero il bilancio tra la radiazione assorbita e quella rilasciata dalla Terra. Un effetto serra naturale è a noi umani favorevole. Se non ci fosse un cocktail di gas ad effetto serra nell’atmosfera terrestre il bilancio radiativo generarebbe un congelamento della terra fino a -18°C. Un adeguato livello di effetto serra permetterebbe un’oscillazione della temperatura tra i 14° e 15°C, una situazione che risale al periodo preindustriale! Con il periodo industriale, questa condizione favorevole è stata da noi alterata: abbiamo messo in atmosfera quantità in surplus di gas serra, principalmente CO2, ma anche ossidi di azoto, metano, acqua (sotto forma di vapore acqueo, a causa dall’aumento della temperatura dell’atmosfera), gas artificiali, e molto altro. I gas serra fanno sempre più da barriera: le radiazioni arrivano dal Sole sulla Terra, ma poi fanno sempre più fatica ad uscire dalla nostra atmosfera perché “schermate” dai gas. Parte delle radiazioni, anziché uscire normalmente in direzione spazio, ritornano sulla terra riscaldandola maggiormente. Questo fenomeno è detto Antropogenic Global Warming.

Il principale agente di cambiamento è sicuramente la CO2. Il valore oggi considerato preindustriale vale 280 ppm di CO2. Claude Lorius (glaciologo), in seguito alle ricerche cominciate nel 1958, studiando l’aria fossile nei ghiacci dell’Antartide, scoprì che in 800.000 anni non abbiamo quasi mai superato i 300 ppm. Sempre nel 1958 Charles Keeling (geofisico) misurò 310 ppm di CO2 dall’atmosfera. La CO2 misurata in ppm era aumentata di 30 ppm dal periodo preindustriale. Keeling diede con le sue misurazioni un chiaro campanello di allarme quando constatò il trend!

Nel 2017 a quanto siamo arrivati? Siamo a ben 410 ppm…..

E finora abbiamo parlato solo di CO2, senza considerare tutti gli altri gas che peggiorano la situazione, e la natura che va a modificare il suo corso abituale reagendo a questo cambiamento di temperatura, innescando tutta una serie di conseguenze peggiorative a catena ed esponenziali. Qualsiasi sistema sottoposto ad un fattore forzante del genere non può rimanere fermo! Noi percepiamo questo cambiamento lento perché ragioniamo come uomini, ma è estremamente rapido come tempi di evoluzione della natura.

1°C in più solo nell’ultimo secolo: abbiamo vissuto gli anni più caldi della storia dell’uomo.

Il Trattato di Parigi, redatto nel 2015, in cui 195 paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale, aveva come principale obiettivo quello di rimanere sotto i 2°C di aumento termico.

Guardate questo grafico:

I 2°C da non superare erano stati stabiliti per rimanere nel range di pericolo “Dangerous”, avendo già superato ampiamente le temperature di prudenza. Questo limite è stato raggiunto, dirigendoci quindi verso i 4°C della sezione catastrofica “Catastrophic” e 5°C  della sconosciuta“Unknown”. Chiariamo questi ultimi due termini: una catastrofe ha uno scenario nella nostra mente, vogliamo evitarla ma sappiamo cosa sia. Se raggiungessimo i 5°C ed una condizione sconosciuta di cambiamento climatico, significherebbe che l’essere umano entrerebbe in una situazione di cui non ha memoria storica; non sappiamo come la Terra, gli ecosistemi, il clima potranno reagire ad un cambiamento del genere. Tutto è collegato e tutto rischia di collassare.

Cosa possiamo fare? La quantità di CO2 emessa pro capite è infatti davvero enorme, inoltre è difficile raggiungere accordi tra Paesi con differenze molto elevate (vedi stile di vita americani, africani, cinesi, italiani…): c’è chi emette oltre 16 tonnellate pro capite di CO2, e chi 100 kg! Se mettessimo in atto qualche cambiamento si potrebbe riuscire a rimanere entro i 3°C fino all’anno 2100. Trentanni fa sarebbe stato utile spegnere le luci, chiudere l’acqua, ora non basta più. Dobbiamo tenere presente che non si possa curare il cancro con un’aspirina, e considerare quali siano gli impatti reali delle nostre azioni.

Secondo una ricerca svedese bisognerebbe:

  • STABILIZZARE LA POPOLAZIONE: fare meno figli è la scelta che rende di più, siamo già 7 miliardi e mezzo…quando saremo 9,6 miliardi?
  • VIVERE SENZA AUTOMOBILE, o ridurne drasticamente l’uso, utilizzare mezzi pubblici, telelavoro, car sharing
  • RIDURRE I VIAGGI IN AEREO: sono terribilmente inquinanti
  • PUNTARE SU ENERGIE RINNOVABILI: un esempio potrebbero essere dei semplici pannelli solari. Utilizzare la tecnologia buona a nostra disposizione senza aspettare ed aspettarsi di avere soluzioni alla malattia non facendo nemmeno prevenzione. Investiamo, studiamo, lavoriamo su tutta quella tecnologia che ancora non abbiamo, ma non facciamo troppo affidamento pensando che qualcosa o qualcuno avrà il lampo di genio che ci salverà da tutto
  • DIETA VEGETARIANA o quasi: in generale consumare carne con senso della misura perché, a causa del metano (che vale 25 volte una molecola di CO2) prodotto dagli allevamenti di bovini, la filiera della carne è altamente inquinante.

Questa è la più grande sfida dell’umanità. Siamo entrati nell’ANTROPOCENE, l’epoca geologica attuale, generata da quello che noi umani abbiamo compiuto, mettendo in campo forze antropiche paragonabili a quelle naturali.

L’ANGOLO DEL MENTAL COACH: “Il nostro valore è a prescindere”

Un viaggio esperienziale ed emozionante che un Coach compie in mezzo alle speranze, le fatiche, i sogni, le contraddizioni, le passioni che l’essere umano incontra nel suo cammino alla ricerca di sensi, scopi e significati: l’allenamento del grande potenziale umano per trascendere se stessi e raggiungere ciò che davvero ci rende felici.

A cura di Aldo Ronco

Coach Umanista – Life, Sport & Corporate Mental Coach – Membro ICF

Mi capita spesso di ascoltare persone dire di loro stesse “Io non valgo niente”, mentre raramente sento persone affermare che “valgono tanto”Tuttavia, sia che una persona senta di “valere”,  sia che senta di “non valere”, la questione veramente interessante da indagare è capire “Che cos’è” che fa propendere per una o per l’altra ipotesi. Per esempio, se io chiedessi a te che stai leggendo di farti queste semplici domande:

  • “Perché valgo come persona?” 
  • “Perché mi amo?”

Tu cosa risponderesti a te stesso? Che cosa ti fa pensare che “vali” ? Quand’è che senti di “valere” ? Per quale ragione “ti ami”?

Bene, sappi che qualunque risposta tu ti dai è comunque quella giusta. E sai perché? Perché ciascuno di noi è responsabile della propria esistenza e ciascuno di noi ha quindi il diritto di scegliere sia “il valore” che si da, sia “il motivo” dal quale far dipendere il proprio valore, sempre se ritenga che il suo valore debba per forza dipendere da qualcosa. Nessuno potrà mai  interferire su questa scelta, che sarà sempre da considerarsi “una scelta giusta” per il semplice fatto che la persona che la sceglie la ritiene “quella giusta per sé”. Ma la domanda successiva da farsi e sulla quale vorrei riflettere oggi è:

“Ma questo metro di valutazione che hai scelto per te stesso, funziona oppure no?” ovvero  “Ti rende felice oppure no, o addirittura ti restituisce solo ansia?”

Molto spesso infatti nei cammini di Coaching  mi trovo ad allenare persone che hanno ben chiaro il motivo sul quale rapportano il loro valore, ma che ne sono anche vittima. E mi riferisco al fatto che molti “scelgono” di valere come persona in base ai risultati che ottengono. Diciamo che è culturale. Oggi la società ci chiede in continuazione di “performare”. Il che, entro certi limiti, non è di per sé negativo. Non c’è niente di male nell’ottenere dei risultati, dei successi, nel raggiungere delle mete, degli obiettivi, anzi tutto ciò contribuisce al raggiungimento del proprio benessere. Il Coaching, per esempio, si dimostra uno strumento straordinariamente efficace da questo punto di vista. Ma se il passo successivo è che il valore di una persona dipende dal suo rendimento  allora qui comincia il disastro. Si crea questa dinamica: se ottengo dei risultati, mi attribuisco un valore e mi amo. Ma nel momento in cui non ottengo dei risultati, non mi attribuisco più un valore, non mi amo più ed entro in crisi. Ma c’è dell’altro: se scelgo di valere in base ai risultati che ottengo, persino quando li otterrò farò fatica ad essere felice perché l’ansia di dover per forza e sempre dimostrare qualcosa, a me stesso e agli altri, avrà perennemente il sopravvento sulla sensazione di benessere, sensazione che sarà quindi solamente temporanea. Conosco gente che ottiene risultati in continuazione eppure non è mai contenta. Ne conosco altre invece che, a prescindere che ottengano o meno dei successi, lasciano quotidianamente trasparire una serenità e una felicità assolutamente autentica e contagiosa che deriva dal loro stare bene con se stessi. Sono coloro che NON hanno scelto di far dipendere il proprio valore dalla propria auto efficacia e che quindi NON hanno scelto di amarsi all’interno di questa dinamica,  sono  coloro che invece scelgono di amarsi ogni giorno aprioristicamente, senza se e senza ma, senza nessuna condizione;  ed è proprio grazie a questo amore, che riconoscono a loro stessi aprioristicamente, che percepiscono il loro valore, e che poi a sua volta da valore alle cose che fanno. Io la trovo una “scelta” (perché di scelta si tratta) fantastica,  oltre che assolutamente vincente in un’ottica di felicità. Sono quelle persone che, dopo un po’ che le ascolti, dici a te stesso con stupore: “Ma guarda questo quanto si ama!”, e ti stupisci ancor di più del fatto che ti trovi davanti a persone assolutamente normali. In un mondo dove la cultura predominante è quella del “tu vali se”, ovvero se “performi”, se sei bello, se sei ricco, se sei famoso, se sei prestante, se hai un ruolo sociale,  eccetera eccetera, rispondere con  “io mi amo a prescindere, per cui valgo a prescindere da tutto questo”,  e poi “tarare” tutta la propria esistenza all’interno di questa dimensione, è una scelta senz’altro coraggiosa ma anche assolutamente liberante; essa diventa la base per una sana auto realizzazione, restituendo alla persona un vero e duraturo benessere, in quanto finalmente svincolato da ogni ansia di dover perennemente “dimostrare” qualcosa per conquistare un “valore”Anche per me il valore  di ogni essere umano, di ogni vita umana e quindi di ciascuno di noi,  è a prescindere. Anzi, dirò di più. Se proprio devo trovare un motivo che ci restituisca un valore,  lo ritrovo nel fatto che l’essere umano è una creatura  dotata della “facoltà‘ di amare”. Essere dotati di questa straordinaria facoltà  ci rende davvero speciali, ed è semmai questo che ci restituisce un valore immenso. Quando esercitiamo la nostra “facoltà d’amare”,  proprio quando Amiamo, in quel preciso istante, ci eleviamo alla dimensione di creature straordinariamente e meravigliosamente potenti, perché in grado di fare del bene, e quindi di far stare bene gli altri e di stare bene noi stessi. Nessun “risultato ottenuto”, nessuna “capacità di fare le cose” ci restituirà mai un potere così grande. Mi viene in mente mia madre, ora anziana, che spesso si blocca con la schiena quando tenta di fare le pulizie in casa. Mi vengono in mente le parole che mi rivolge sempre in quelle occasioni “Vedi Aldo, ormai non valgo più niente”La mia risposta è sempre la stessa “Mamma, invece tu continui a valere  tantissimo, perché non è il “riuscire a fare le pulizie o qualsiasi altra cosa” che ti da valore, né il “non poterle fare più che te lo toglie”, per il semplice fatto che nel momento stesso in cui il tuo sguardo ricco d’amore incrocia il mio, io mi sento straordinariamente bene, ed è per questo che il tuo valore è altissimo oggi, e lo sarà anche se mai un giorno non sarai più in grado di fare nulla.  Grazie Mamma perché mi ami, il tuo valore sta li.”

PINEROLESE WILD: “La Cinciallegra”

Una rubrica che grazie alle sue immagini e nozioni porterà i lettore alla scoperta della flora e della fauna del nostro territorio. Un viaggio che vi farà immergere nella natura della pianura, collina e montagna tra fiumi, sorgenti, piante, fiori ed animali che caratterizzano da secoli le nostre terre.

A cura di Claudio Bonifazio

Foto scattata in località: Vinovo lungo le sponde del Chisola.

Descrizione

La cinciallegra, o Parus major, è un uccello passeriforme appartenente alla famiglia dei Paridi. Ha una lunghezza compresa tra 13,5 e 15 cm, presenta un piumaggio verdastro sul dorso, con coda e ali grigio bluastre. Il capo e la gola sono di colore nero lucido, con guance bianche. Il petto giallo è attraversato longitudinalmente da una linea nera dalla gola all’addome che, nei maschi, è leggermente più larga. Diventa facilmente confidente nei confronti dell’uomo, può arrivare ad accettare il cibo offertole direttamente con le mani. Trattasi di un uccello dal carattere territoriale e molto aggressivo nei confronti dei consimili e soprattutto di altre specie di uccelli di taglia simile.

Alimentazione

La cinciallegra è un vorace insettivoro che predilige nutrirsi tra i rami bassi e nel terreno. Larve, api e ragni sono il suo cibo preferito ma a causa della sua voracità gradisce molto anche semi, frutta e bacche. Il cibo viene sminuzzato col becco, tenendolo fermo con le zampe. Accetta volentieri il cibo offerto in mangiatoie dall’uomo.

Riproduzione

La cinciallegra nidifica nelle cavità protette degli alberi, dei muri e nelle cassette – nido, costruendo il nido con muschi, peli e piume. Depone le uova (normalmente 8 – 15) tra Aprile e Maggio. Lisce, bianche con piccole macchie rosso scuro, sono covate dalla femmina per circa 15 giorni. I piccoli vengono accuditi da entrambi i genitori per circa 20 – 30 giorni dalla dischiusa.

Canto

Distribuzione e habitat

È distribuita in Europa e Nord Africa prediligendo le basse altitudini, come le zone collinari e pianeggianti. Vive nei boschi di conifere, frequenta ambienti semi-alberati quali margini di boschi, frutteti, campi con filari d’alberi, giardini e parchi urbani. Si adatta molto bene alle trasformazioni operate dall’uomo sul territorio e proprio la presenza di aree agricole le consente di popolare la media montagna sino a 1500–1800 m di quota. È una delle poche specie di uccelli presenti regolarmente anche nei centri cittadini, dove frequenta giardini e viali alberati. In Italia è una specie nidificante, residente e stanziale molto diffusa. Svernante e migratrice, in Italia la si può trovare dappertutto in ogni mese dell’anno, in particolare in inverno.

Parte delle informazioni contenute in questo articolo sono state raccolte dall’enciclopedia libera Wikipedia.

SCRIVERE PERCHE’: “Violenza domestica e scrittura”

Perché una rubrica? Perché una rubrica con dentro contenuti di uno scrittore attore? Semplicemente perché l’arte non è solo apparire ma è anche lavorare con se stessi per approdare a risultati di cui tutti possono fruire. Leggere… leggete… troverete un mondo dentro gli spazi bianchi fra le righe nere.

A cura di Graziano Di Benedetto

Scrittore – Attore

“Dietro una mano” il mio ultimo romanzo che narra di violenza domestica, sta diventando con il passare del tempo e delle presentazioni, oggetto di dibattiti sempre più accesi ed interessanti. Il testo è inserito nella bibliografia di dispense in master universitari, dove sostengo la docenza. Durante le presentazioni nei vari comuni o in biblioteche, parti del testo, lette ed interpretate, scatenano emozioni e reazioni di rabbia, di comprensione, di curiosità e altro ancora. Ma l’emozione imperante però è quella che investe me, come conduttore e come portavoce di silenzi obbligati. La violenza domestica è ancora in gran parte, non solo nascosta, ma addirittura giustificata. Una domanda frequente che viene posta è: “Ma cosa ha commesso la vittima per causare una reazione simile?”. Questa domanda lascia dietro di se, silenzi spessi come nuvole temporalesche, nessuno del pubblico osa ribattere, guarda con occhi smarriti il vuoto, evita l’incrocio con altri sguardi, come per difendersi da chissà che cosa, forse dalla domanda stessa. Il dato che emerge purtroppo è che la cultura considera ancora la violenza sulle donne come una situazione normale, quasi da giustificare, o da tollerare; la domanda in questione taglia trasversalmente varie fasce d’età, dai 16 ai 70 anni ed è posta sia da uomini che da donne. Fortunatamente però, qualcosa sta cambiando. Il pubblico nelle sale è sempre più numeroso, sempre più attento e spesso sono presenti anche ragazze adolescenti, agguerrite e preparate. La scrittura in questo caso è uno strumento di diffusione del fenomeno. Il romanzo è sicuramente più fruibile rispetto ad un saggio. Non si parla di statistiche, ma di episodi di vita quotidiana, scandita da violenza psicologica e fisica. Si deve scrivere ciò che si può, liberi da censure, liberi da pregiudizi e con il coraggio di affrontare “giudizi” altrui.  Solo scrivendone e parlandone il fenomeno  viene compreso, elaborato e combattuto. Si deve arrivare a tutti, uomini e  donne di qualunque età. Purtroppo ciò che vediamo e sentiamo attraverso i media è solo la punta di un iceberg. Grande omertà si nasconde dietro tende e pareti di case apparentemente felici.

Per questo si deve scrivere. Per dare la possibilità di sapere…la cultura aiuta, la cultura salva.

LIBERI PENSIERI DI UNA FARMACISTA RUSPANTE: “Curiamoci e preserviamo la salute con la natura ed il sorriso”

Una rubrica che nasce dal desiderio di far conoscere il farmacista come consulente della salute a 360 gradi e non solo come preparatore e dispensatore di medicine e scatolette.

A cura della Dott.ssa Silvia Boggiato

Farmacista

Ciao a tutti, mi sono appassionata alla Farmacia già ai tempi del liceo Scientifico, ho conseguito la laurea presso la Facoltà di Farmacia di Torino nel 2006 e dal giugno 2009 sono titolare di……. una Farmacia.

Amo ascoltare e comunicare con le persone e grazie a questo il mio intento in questa rubrica sarà quello di illustrare in modo semplice come si possa mantenere un buon stato di salute e di benessere ricorrendo ai rimedi più semplici, quelli che la natura ci mette a disposizione. Vorrei raccontarvi delle storie o condividere dei casi, così che la problematica trattata resti nella mente come una foto da tirare fuori quando si presenti a voi o ai vostri amici la necessità di intervenire in modo semplice e veloce. Insomma, poche righe ogni volta per ricordare quanto la salute sia importante, che vada salvaguardata e che siamo delle macchine meravigliose a cui volere bene.

 

SCRIVERE PERCHE’: “Scrivo perchè”

Perché una rubrica? Perché una rubrica con dentro contenuti di uno scrittore attore? Semplicemente perché l’arte non è solo apparire ma è anche lavorare con se stessi per approdare a risultati di cui tutti possono fruire. Leggere… leggete… troverete un mondo dentro gli spazi bianchi fra le righe nere.

A cura di Graziano Di Benedetto

Scrittore – Attore

Si scrive molto sulla scrittura, (paradosso simpatico) e si dice anche tanto e a sproposito. Questo articolo potrebbe essere uno dei tanti, dove si narra che la scrittura è catartica, terapeutica, creativa, politica e via dicendo. Tutto è vero a seconda di chi scrive e di chi legge, la cosa importante è non strumentalizzare la scrittura. Esprimo un opinione strettamente personale, lasciando le mie parole in pasto a chi vuole, per saziare angoli della mente vuoti di emozioni ed eventi.  Perché Di Benedetto Graziano scrive?  Gran bel quesito, al quale ho più volte risposto durante le mie varie presentazioni.

Non voglio girare intorno alla domanda, mi piace essere diretto ed arrivare dritto al nocciolo della questione. Personalmente scrivo per dare voce a chi non può parlare. Troppo spesso ho udito storie di vita dove le vicende si intersecavano fra di loro, creando emozioni così forti da lasciarmi senza fiato, ho ascoltato con estrema attenzione le vicissitudini, ma soprattutto mi sono ubriacato di emozioni, create da anime in balia degli eventi o ormai rassegnate, perse o rinate a nuova vita. Dare voce a chi non può parlare, si, questo è il mio scopo nello scrivere, riuscire a tradurre le emozioni in parole scritte, per poter dare modo a molti di vivere, almeno leggendo le stesse emozioni e nel contempo far scattare la scintilla della ribellione o dell’aiuto, e soprattutto riuscire a fare emergere storie che, i protagonisti, presi dalle vicende stesse o da altro non trovano il coraggio o lo strumento per esplicitare le loro emozioni. Situazione ambiziosa la mia, ma un altro tema da affrontare è quello del coraggio. Per scrivere ci vuole coraggio, molto coraggio. Qui mi riallaccio a ciò che ho scritto sopra dove dico che lascio in pasto questo articolo a chi ha spazi emotivi da riempire. Coraggio perché? Ogni romanzo da me scritto, ha dentro di se storie piene di sofferenze dovute al pregiudizio o a presunte diversità e spesso per motivi psicologici vari gli stessi pregiudizi vengono “appiccicati” allo scrittore. Il mio consiglio è quello di leggere gli spazi bianchi fra le parole scritte, solo guardando attraverso di esse si posso aprire scenari introspettivi di una profondità assoluta. Tempo permettendo continuerò a scrivere, il giudizio altrui è semplicemente uno stimolo per scrivere ancor di più. Ho parlato di giudizio non di critiche degne di tale nome.

Continuerò a scrivere, si. Lasciando spazio ancor di più alle emozioni.

PsiCHIcoline: “Rumble, rumble, quando i pensieri rimbombano nella testa!”

Una rubrica che nasce dal desiderio di avvicinare maggiormente le persone alle tematiche  psicologiche. Conoscere e conoscersi per considerare i problemi, le paure, le sofferenze come opportunità, spesso scomode e sgradite, di fermarci e guardarci dentro per trarre nuova forza, consapevolezza, speranza e fiducia.

A cura della Dott.ssa Monica Rupo

Psicologa – Psicoterapeuta

La nostra testa è rotonda

per permettere ai pensieri di cambiare direzione.

(Francis Picabia)

Può essere capitato a molte persone di avere la sensazione, in determinati momenti della vita, ad esempio stress, preoccupazioni, eventi spiacevoli, di sentire nella testa pensieri negativi e ripetitivi, che non ti abbandonano mai. Questo tipi di pensieri vengono chiamati ruminazione  e rimuginio.

Ma cosa si intende per ruminazione e rimuginio  in psicologia?

Sono modalità di pensieri passivi, ripetitivi, spesso incontrollabili che a seconda del tipo di emozione a cui si riferiscono, assumono connotazioni e significati diversi. Possono essere considerati una risposta individuale che sottendono emozioni diverse tra loro, come l’ansia, la rabbia, e la depressione.

In particolare il rimuginio è legato all’ansia, la ruminazione è legata alla depressione, e la ruminazione rabbiosa, è legata alla rabbia.

La ruminazione è un processo cognitivo caratterizzato da uno stile di pensiero disfunzionale che si focalizza principalmente sugli stati emotivi interni e sulle loro conseguenze negative. La ruminazione si focalizza principalmente sul passato o su stati emotivi presenti, al fine di gestire l’umore depresso o risolvere dei problemi causati da eventi accaduti nel passato. Vi è dunque una tendenza a spostare l’attenzione verso di sé, piuttosto che all’esterno. Le frase più tipiche di questo pensiero sono del tipo: “Perché a me” – “Cosa ho fatto per meritarmi questo?” – “Perché è andata così?” e molte altre.

I pensieri sono quindi ripetitivi, ossia sempre uguali, con una attribuzione negativa, incontrollabili, con frasi che susseguono in continuo, astratte poiché non conducono ad una soluzione del problema, ed infine molto dispendiose da un punto di vista energetico, ci sente cioè sfiniti, stanchi.

La ruminazione mentale sembra dunque una modalità usata più frequentemente nei disturbi depressivi, questa modalità produce invece un effetto del gatto che si morde la coda, poiché la persona depressa tende infatti a ruminare sui medesimi episodi negativi e spiacevoli che si sono verificati in passato attribuendosi eventuali colpe e responsabilità riguardo allatto negativo stesso. Ma questo logorio mentale, produce altri pensieri negativi, che inducono e mantengono la depressione stessa.

Molti ricerche confermano l’impatto negativo che la ruminazione ha sulla salute sia dal punto di vista fisico, sia psicologico.

Da punto di vista fisico possono insorgere problemi quali: insonnia, irrequietezza, mal di testa, nausea, tensione muscolare, danni cardiaci, ecc. Dal punto di vista psicologico le persone che ricorrono alla ruminazione sembrano avere un più alto livello di ostilità, di ansia, di depressione, di problemi del sonno, una bassa autostima e una tendenza ad avere una visone pessimistica degli eventi e della vita in genere; aumenta quindi la difficoltà ad affrontare con risorse più efficaci situazioni di stress.

Quando la ruminazione riguarda un pensiero ripetitivo negativo in cui aumenta l’emozione della rabbia, sia esterna sia quella rivolta a se stessi, possiamo parlare di ruminazione rabbiosa. Nella ruminazione rabbiosa il pensiero ripetitivo riguarda vicende passate che hanno suscitato rabbia; l’attenzione è focalizzata sulle espressioni rabbiose, e il pensiero tende a concentrarsi nell’immaginare scenari o situazioni alternative che sarebbero potute accadere, ma non sono accadute.

Va sottolineato tuttavia che la ruminazione rabbiosa  nonostante aumenti gli stati emotivi di rabbia e l’attivazione fisiologica relativa alla stessa, non porta alla perdita di controllo sulle azioni, ma a una riduzione dello stato di benessere psico-fisico con conseguente abbassamento del tono dell’umore.

Il  rimuginio è invece la tendenza a preoccuparsi sempre di cosa accadrà in futuro, ad anticipare mentalmente tutti i possibili scenari negativi, pensando al modo in cui possono essere affrontati. Il rimuginare è spesso accompagnato da emozioni di tipo ansioso, ma anche in questo caso invece di abbassare l’ansia, si produce l’effetto opposto; ossia si aggrava lo stato ansioso. La persona che rimugina ha paura che possa avverarsi sempre il peggio, e utilizza tale modalità con la sensazione che pensare e ripensare al problema lo aiuterà a trovare la soluzione.  Tale meccanismo a volte è più difficile da cambiare poiché chi lo utilizza pensa che abbia una valenza positiva, aiutandolo nella risoluzione di problemi. In realtà il rimuginare porta le persone ad essere bloccate emotivamente in un sistema d’ansia e insicurezza con una falsa percezione di aver risolto i problemi.

Se questi meccanismi sono utilizzati in modo continuativo e si inizia ad essere consapevoli dell’impatto che hanno nella qualità della propria vita, si può decidere di intraprendere un percorso psicologico, per individuare i meccanismi sottesi che lo hanno generato, al fine di modificare questo stile di pensiero con altre modalità più funzionali e costruttive.

APPUNTI DI BUSINESS: “Il segreto della comunicazione all’interno della tua strategia di marketing operativo”

Una rubrica dedicata a temi legati a Business e PMI per spiegare in maniera semplice e fruibile come far sopravvivere una piccola o media impresa nella giungla del Business.

A cura di Andrea Bordignon

Customer Experience Manager

Buongiorno a tutti e bentornati all’interno nella nostra rubrica “Appunti di Business”.

Volevo prima di tutto scusarmi con tutti voi, perché purtroppo è passato molto più tempo di quanto volessi, rispetto alla data di pubblicazione dell’ultimo articolo. E’ stato davvero un periodo molto intenso ma spero e credo che possiate perdonarmi; del resto, immagino che sia un problema piuttosto comune, per chi è interessato a leggere questo tipo di contenuti.

Ma torniamo a noi…

Nelle ultime uscite, avevamo trattato una tema particolarmente prioritario nella strategia di una qualsiasi attività imprenditoriale: avere un POSIZIONAMENTO DIFFERENZIANTE rispetto alla concorrenza.

E’ giunto ora il momento di iniziare ad occuparsi degli step successivi.

Per poter acquistare un nostro prodotto, il cliente deve passare attraverso cinque step molto chiari:

  1. Consapevolezza di avere un bisogno o desiderio
  2. Scegliere il tipo di prodotto o servizio che soddisferà quel desiderio
  3. Scegliere il fornitore di quel prodotto o servizio
  4. Accettarne il prezzo
  5. Trovare una ragione per agire immediatamente e non rimandare

Credo che sia evidente che, nel momento in cui un potenziale cliente assume la consapevolezza di avere la necessità di acquistare qualcosa, entri inevitabilmente in campo la strategia di comunicazione scelta per la tua impresa, che potrà permetterti un importante vantaggio competitivo, rispetto ai tuoi competitors.

Le possibilità sono diverse ed oggi, non farai alcuna fatica ad individuare agenzie di comunicazione o consulenti di Marketing che possano supportarti in questa decisione. Tuttavia, occorre prestare molta attenzione nel decidere quali siano i contenuti, piuttosto che i canali più opportuni per comunicare.

Spesso, infatti, mi sono trovato di fronte a clienti a cui era stata proposta una pubblicità creativa “breve e di impatto” ma occorre sempre tenere in considerazione che il marketing per acquisire clienti è un processo, non uno spot.

Affinchè una strategia di comunicazione riesca a generare risultati concreti e reali (ovvero un aumento di fatturato e soprattutto profitti), occorre puntare l’attenzione su un target di potenziali clienti molto specifico.

Nessuno di coloro che legge, infatti, immagino non possa affermare di vendere prodotti di largo consumo come se dovessero arrivare indistintamente “a tutto il mondo”. Se siamo micro, piccoli e medi imprenditori abbiamo probabilmente un target di clientela molto preciso e focalizzato.

E queste persone vanno condotte per mano con il nostro marketing a:

  • Capire che hanno un problema o un desiderio irrealizzato
  • Capire che il nostro prodotto o servizio sia la soluzione a quel problema/desiderio
  • Capire che lo devono comprare da noi e non da una soluzione simile data dalla concorrenza
  • Capire che il prezzo che chiediamo è giusto
  • Capire che lo devono comprare ora e non aspettare

E tutte queste cose non si possono realizzare, nella maggior parte dei casi, con uno spot di 15”, per quanto possa essere creativo ed accattivante.

O meglio, potrebbe dare i propri frutti, solo se alle spalle ci fosse un brand ormai perfettamente riconosciuto, magari leader del settore che la maggior parte dei problemi che abbiamo elencato sopra li ha già risolti da tempo.

Se, invece, non guidi la Coca Cola ma una PMI del tessuto imprenditoriale italiano, occorre che tu tenda sempre bene a mente che senza un marketing che conduca per mano i nuovi potenziali clienti nella direzione giusta, senza i giusti segnali stradali, le tue vendite si perderanno per strada.

Per questo, almeno nelle basi solide, un imprenditore deve essere in grado di creare da sé un piano efficace di marketing operativo e poi al massimo delegare ad altri l’esecuzione di quel piano, sotto la sua ferrea supervisione.

Sperando che queste indicazioni possano esservi state utili, anche solo per indurvi a fare delle riflessioni circa le vostre attività, vi rimando all’appuntamento in uscita nelle prossime settimane, per continuare ad aumentare il volume del nostri “Appunti di Business”.

PsiCHIcoline: “Benvenuti, vi presento la nuova rubrica”

Una rubrica che nasce dal desiderio di avvicinare maggiormente le persone alle tematiche  psicologiche. Conoscere e conoscersi per considerare i problemi, le paure, le sofferenze come opportunità, spesso scomode e sgradite, di fermarci e guardarci dentro per trarre nuova forza, consapevolezza, speranza e fiducia.

A cura della Dott.ssa Monica Rupo

Psicologa – Psicoterapeuta

Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto,

vedere in primavera quel che si era visto in estate,

vedere di giorno quel che si era visto di notte.

(Josè Saramago)

Mi presento, mi chiamo Monica Rupo e sono una Psicologa Psicoterapeuta, sono specializzata  in Psicoterapia Psicoanalitica Individuale dell’Adulto conseguito presso la Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica di Torino. Ho lavorato per molti anni nel settore delle dipendenze, nello specifico nell’alcol dipendenza, da cui ho attinto un bagaglio di esperienza insostituibile. In questi ultimi anni lavoro come libera professionista e mi mi occupo di  aspetti che riguardano la sfera emotiva e relazionale che le persone hanno nei i propri contesti di vita, coppia, famiglia, scuola.

Lavoro con adulti, coppie, adolescenti e genitori di figli adolescenti. In questi anni sono stati fatti molti passi avanti nell’accettazione della Psicologia come scienza che permette di aiutare le persone nei momenti di difficoltà e di sofferenza;  che si occupa dunque dell’uomo nella sua globalità e non soltanto negli aspetti patologici del suo comportamento. Questa rubrica rappresenta per me l’occasione di unire due grandi passioni, la psicologia e la lettura/scrittura. Cito una frase di Tiziano Terzani che dice: “Il rispetto nasce dalla conoscenza e la conoscenza richiede impegno, investimento, sforzo.” Perché per conoscere più a fondo noi stessi e gli altri dobbiamo andare oltre le apparenze, oltre la superficie. Dobbiamo dotarci di strumenti che la conoscenza può darci per non rimanere fermi, fissi nelle nostre impressioni, non siamo un fermo immagine ma un movimento che danza e fluttua, cambia e si trasforma nel tempo. Siamo immagini a colori, in bianco e nero, opache, cangianti, nitide, e sfuocate a seconda del tempo, a seconda di come stiamo. Dico spesso ai miei pazienti che uno degli obiettivi della psicologia è capire come funzioniamo, con noi stessi e nei confronti degli altri. Capire  ed individuare i meccanismi interiori e relazionali che non funzionano e partono da soli, come una sorta di pilota automatico che si innesca senza che ce ne rendiamo conto, diventare più consapevoli di tali meccanismi ci da la possibilità di tornare in cabina di pilotaggio e riprendere la rotta e la destinazione che scegliamo per noi.

Allacciate le cinture…si parte e buon viaggio!

Cara Madre Terra: “Vorrei parlare di te, perché vorrei che tu fossi ascoltata”

Una difficile missione, se non quella di fermare il degrado della Terra cercando in tutti i modi di garantire un futuro migliore al prossimo. Tutto dipenderà dalle nostre scelte, ed in questa rubrica cercheremo di sensibilizzarci verso un Mondo più pulito ed in simbiosi con la natura.

A cura di Roberta Monagheddu

“Quando il sangue delle tue vene ritornerà al mare, la polvere delle tue ossa ritornerà alla terra, forse ricorderai che questa terra non appartiene a te, ma che tu appartieni a questa terra”.

Mia madre leggendo queste parole direbbe: “Che botta di vita oh! Cominciamo bene!” E non avrebbe tutti i torti. Eppure questa citazione è un incipit davvero puntuale: in una sola frase, che campeggia da anni sul muro della mia stanza, potrete capire due cose:

– di avere a che fare con una persona cinica, un po’ disillusa e realista;
– che la rubrica tratterà di ambiente, cambiamenti climatici, sostenibilità ambientale e molto altro.

Vi faccio una premessa: non sono un’esperta!

Ho studiato Tecnologie Alimentari, giochicchio a pallavolo, mi piace la psicologia e la comunicazione, lavoro nel settore industriale. Mi rilasso cantando (quando nessuno mi sente!) e selezionando fotografie da far sviluppare. Banalmente amo viaggiare, mangiare e dormire. Ho però potuto scegliere di che cosa parlare. Vorrei quindi scrivere e discutere con voi del cambiamento climatico, di innovazioni, soluzioni, di film e libri inerenti perché no, e altre cose a riguardo , perché semplicemente ci tengo. Tutto ciò che ci piace e che ci appassiona non potrebbe esistere se non esistesse una Terra su cui praticarlo, e dovremmo esserne un po’ più grati. Perché se facciamo lo sforzo di sentirci piccoli piccoli, se proviamo a sentire quanto sia importante salvaguardare la Terra a cui apparteniamo, capiremo facilmente che non ci è concesso altro tempo e che dobbiamo ormai affrontare questa realtà.

Se siete d’accordo, scriverò umilmente informandomi e crescendo insieme a voi. Questo giornale è uno strumento di non sola lettura ma anche di interscambio comunicativo . Vorrei quindi trattare di argomenti che possano interessarvi il più possibile e che se proposti da voi potranno anche
essere approfonditi.

Il nostro viaggio sta per iniziare….

L’ANGOLO DEL MENTAL COACH: “Ti voglio bene, e per questo io ti ascolto”

Un viaggio esperienziale ed emozionante che un Coach compie in mezzo alle speranze, le fatiche, i sogni, le contraddizioni, le passioni che l’essere umano incontra nel suo cammino alla ricerca di sensi, scopi e significati: l’allenamento del grande potenziale umano per trascendere se stessi e raggiungere ciò che davvero ci rende felici.

A cura di Aldo Ronco

Coach Umanista – Life, Sport & Corporate Mental Coach – Membro ICF

Mi piace sempre iniziare la mia giornata ascoltando un po’ di musica, questo perché la musica mi rilassa e mi mette di buon umore. Per cui appena sveglio, accendo una piccolissima radiolina e faccio colazione, dopo di che la porto con me man mano che mi sposto nelle varie stanze del mio appartamento, fino al momento in cui sono pronto per uscire di casa: a quel punto la spengo.

Questa radiolina ha una particolarità: si spegne solo dopo una duplice pressione del tasto “Off”, intervallate tra di loro di un paio di secondi. Di per sé, secondo il mio modo di concepire le radio, dovrebbe spegnersi già alla prima pressione, ….tuttavia, se io con questa radio mi comportassi così, lei non si spegnerebbe mai.

Il suo “linguaggio”, rispetto al mio, è un altro, e se io non utilizzassi il suo, con lei non comunicherei mai e poi mai.

Questa radiolina è troppo forte perché tutte le mattine, proprio nel momento in cui sto uscendo di casa, con questa sua “particolarità”, ha il potere di ricordarmi quella che sarà la regola fondamentale della comunicazione che dovrò adottare durante tutta la mia giornata, ovvero “se vuoi comunicare con l’altro, devi sintonizzarti sul linguaggio dell’altro, non sul tuo, altrimenti non lo raggiungerai mai”.

Così, allo stesso modo, se l’obiettivo della comunicazione è “conoscersi”,  non basta passare del tempo insieme a  una persona per comunicare, la comunicazione non sarà per forza conseguenziale al tempo passato insieme: bisognerà necessariamente “riempire” quel tempo con delle azioni, e la prima fra tutte, la più importante,  è “Ascoltare”.

E qui inizia la parte di per sé più difficile, nel senso che, se da un lato all’Ascolto dell’altro, con un po’ di impegno, più o meno ci arriviamo, dall’altra, la maggior parte delle relazioni si arena proprio sulla qualità dell’Ascolto, perché per comunicare è necessario offrire non un Ascolto qualunque, ma un Ascolto di qualità.

Io lo chiamo l’ “Ascolto silenzioso”, e per “silenzioso” non intendo il semplice “fare silenzio”, bensì “silenziare” il nostro ego che ci porta sempre e sistematicamente a “interpretare e riempire” ciò che l’altro ci dice con quelle che sono le nostre rappresentazioni della realtà, con quelle che sono le nostre interpretazioni, con quelli che sono i nostri significati, che poi sistematicamente (e in un attimo) trasformiamo in “giudizi sull’altro” e che alla fine ci portano a costruire “un’idea dell’altro” che in realtà non è che il frutto dei nostri significati e dei nostri modi di vedere le cose, non certo dei suoi.

Capire l’altro è tanto più difficile quanto più rimaniamo incastrati in questo meccanismo malato, una dinamica che alla fine non solo non ci avvicina alle persone, ma che ce ne allontana sempre di più.

La necessità di essere ascoltati e di essere capiti senza essere giudicati è presente in tutte le fasce di età e ci accompagna in tutte le fasi della nostra vita, e quando non viene soddisfatta, come conseguenza si creano delle inevitabili e profonde solitudini, e la nostra società oggi ne è piena.

Per certi versi è incredibile: viviamo nel mondo dei Social Network dove siamo tutti costantemente in contatto fra di noi eppure mai come in quest’epoca storica siamo circondati da così tante solitudini silenziose e faticosamente mascherate.

Non di rado le notizie di cronaca ci parlano di persone che si tolgono improvvisamente e inaspettatamente la vita e i loro amici commentare “Noi non c’eravamo accorti di nulla”.  Io lo trovo terribile, per quanto significativo.

La realtà è che il più delle volte, quando stiamo insieme, non comunichiamo, e quando decidiamo di comunicare lo facciamo male, perché non lo facciamo in funzione dell’altro, non lo facciamo per “capire” davvero l’altro.

La comunicazione e il dialogo sono oggi in fortissima crisi, e non solo a livello sociale e quindi generalizzato, ma anche tra le persone che si vogliono bene: abbiamo coppie fragili che si incrinano per un nulla; genitori e figli che non si capiscono e vivono perennemente in tensione fra di loro; relazioni interpersonali in cui i protagonisti rimangono costantemente incastrati e fermi sulle proprie posizioni senza che nessuno faccia un minimo sforzo per conoscere e capire la dimensione dell’altro.

Immersi in questo contesto di crisi comunicativa, ci scambiamo continuamente frasi del tipo “Non ti capisco proprio” oppure “Non mi sento capita da te” fino all’urlo disperato che chiude l’ennesima litigata “Ma perché non mi capisci mai?”.

Diciamo di voler bene alle persone? Ecco, io sono convinto che l’Ascolto, quello sano e rispettoso dell’altro, quello vissuto in funzione dell’altro, quello accogliente e quindi privo di qualsiasi giudizio, sia oggi – adesso – ora –  il dono d’Amore più grande, più concreto, più urgente, più utile che noi possiamo fare al nostro partner, ai nostri figli, ai nostri amici, a chiunque.

Chiediamoci se alle persone a cui vogliamo bene regaliamo ogni tanto dei momenti di ascolto così e, se non lo facciamo, attiviamoci immediatamente.

L’ascolto è oggi la sfida d’amore più importante in assoluto, ed è anche quella che dobbiamo cercare assolutamente di vincere, perché senza “Ascolto” qualunque relazione non solo non cresce, ma si estingue.

Io amo ascoltare, ed è anche per questa ragione che ho scelto di diventare Coach, perché in qualsivoglia cammino di Coaching, a prescindere dal problema che ne ha fatto scaturire la richiesta, e indipendentemente dall’obiettivo che il cliente desidera raggiungere, questo tipo di ascolto è la prima grande competenza che un buon Coach deve saper mettere in campo. Da essa dipende in gran parte la buona riuscita del cammino, perché solo quando la persona (il Coachee) si sente capita e non giudicata, può a quel punto percepirsi nelle giuste condizioni per dare il meglio di sé ed esprimere il massimo del suo potenziale. E questo vale anche nelle nostre relazioni interpersonali: solo quando una persona si sente capita e non giudicata, si sente davvero amata e quindi è pronta a dare il meglio di se: a se stessa, a noi e agli altri.

APPUNTI DI BUSINESS: “Come aumentare il tuo fatturato, riducendo il numero di potenziali clienti”

Una rubrica dedicata a temi legati a Business e PMI per spiegare in maniera semplice e fruibile come far sopravvivere una piccola o media impresa nella giungla del Business.

A cura di Andrea Bordignon

Customer Experience Manager

Buongiorno a tutti e ben trovati all’interno della nostra rubrica “Appunti di Business”.

Oggi ripartiamo da questo titolo, in qualche modo provocatorio ma profondamente reale. No, ti garantisco che non sono completamente pazzo… Oggi daremo seguito a quanto condiviso nella precedente uscita e cercheremo di entrare maggiormente nel merito di come, tramite un POSIZIONAMENTO ben definito nella mente di una particolare e profittevole nicchia di potenziali clienti, avrai bisogno di molti meno sforzi per aumentare i tuoi fatturati e, soprattutto, i tuoi ricavi.

Ci eravamo salutati al termine della nostra prima uscita con una domanda:

“Perché dovrei scegliere di comprare da te rispetto che da qualunque altro concorrente?”

Bene, oggi daremo seguito a questo discorso e cercheremo di darvi delle chiavi di lettura per una sana riflessione sulla vostra attività, nell’auspicio di provocare in voi una sana curiosità nell’approfondire questi temi e, perchè no, nel volerne trarre degli spunti utili per le vostre aziende.

Ripartiamo, dunque, da una breve sintesi di quanto avevamo condiviso: l’importanza di individuare un POSIZIONAMENTO strategico per la vostra attività commerciale si può riassumere in questo modo: quando i clienti entrano nel tuo negozio, nel tuo studio, nel tuo salone o showroom o ricevono la visita di uno dei tuoi venditori, devono avere immediatamente l’impressione di ricevere qualcosa che non potrebbero ricevere da nessuno dei tuoi concorrenti.

Essere in grado di far percepire questa differenza all’interno della mente di un tuo potenziale cliente significa aver fatto centro.

Immagino che molti di voi staranno pensando: “Facile a dirsi… Ma ormai il mercato è diventato una giungla. Facciamo bene o male tutti le stesse cose e l’unica cosa che conta ormai è diventato fare i prezzi più bassi”

 Sono perfettamente consapevole che non sia per niente semplice. Ma se la prima reazione che hai avuto è quella sopra, molto probabilmente significa che tu non abbia chiaro quale sia il POSIZIONAMENTO della tua azienda.

Ma non c’è nulla di male, anzi… Hai una grande possibilità perchè ad oggi lo stesso tipo di approccio ce l’hanno la maggior parte dei piccoli e medi imprenditori italiani e, coloro che riusciranno a comprendere prima le logiche con cui si muove il mercato odierno, ne trarranno un vantaggio competitivo enorme.

Quindi, se ora ti stai chiedendo cosa puoi fare, concretamente, per iniziare a vedere le cose in modo diverso, di seguito alcune indicazioni che potresti trovare utili.

Il POSIZIONAMENTO, ricorda, è quella cosa particolare che i clienti pensano tu faccia differentemente o meglio di chiunque altro.

Per posizionarti, però, è necessario restringere il tuo focus. Ciò non significa che tu debba vendere un solo prodotto o un singolo servizio necessariamente, ma significa che devi individuare una particolare area di specializzazione nella quale eccelli rispetto alla concorrenza che al contrario tende naturalmente a fornire servizi generici e a “fare un po’ tutto per tutti”.

Essere focalizzato significa che c’è un qualcosa di particolare, fondamentale per una fetta sufficientemente grande di clientela sulla quale puoi puntare per entrare nella mente di quella categoria di persone e diventare un loro riferimento.

Comprendo bene che possa sembrarti assurdo. In un periodo in cui si fa un enorme fatica a trovare delle nuove opportunità di business ti sto consigliando di rinunciare ad una fetta di potenziali clienti?

La risposta è semplice: cercare di accontentare più clienti possibili, in maniera indiscriminata e senza concentrarsi su nulla, in particolare porta a non essere in grado di essere il migliore per nessuna categoria di potenziali clienti. Questo significa che l’unica discriminante su cui puoi condurre la tua battaglia con i competitors diventa il prezzo. Ma fare il prezzo più basso, spesso, è la peggiore strategia che tu possa avere.

Perché erodi dei margini già risicati che hai, perché il cliente l’anno dopo pretenderà ancora più sconto.

Le possibilità che hai per differenziarti, invece, sono realmente infinite.

E’ molto probabile che tu abbia già qualcosa di straordinario rispetto ai tuoi concorrenti ma non lo stia affatto comunicando perché per te è “normale” che sia così.

Come la scorsa settimana, quindi, ti lascio con un compito a casa: prenditi un momento per pensare a cosa ti stacca completamente da tutti i concorrenti e la prossima settimana troverai all’interno della nostra rubrica una serie di esempi che spero ti servano a trovare anche la chiave di volta per la tua azienda.

A presto, quindi, per alcuni nuovi APPUNTI DI BUSINESS.

L’ANGOLO DEL MENTAL COACH: “Dal lamento al sogno”

Un viaggio esperienziale ed emozionante che un Coach compie in mezzo alle speranze, le fatiche, i sogni, le contraddizioni, le passioni che l’essere umano incontra nel suo cammino alla ricerca di sensi, scopi e significati: l’allenamento del grande potenziale umano per trascendere se stessi e raggiungere ciò che davvero ci rende felici.

A cura di Aldo Ronco

Coach Umanista – Life, Sport & Corporate Mental Coach – Membro ICF

La buona notizia è che noi possiamo sempre “autodeterminare” la nostra esistenza, sempre!

Lo dico subito, d’entrata, tanto per capirci e non trovare scuse.

Quando parlo di “autodeterminare la nostra esistenza”, sto parlando di tutto: lavoro, relazioni, rapporto con noi stessi, rapporto con gli altri, obiettivi di vita, e tutto ciò che caratterizza le nostre giornate, la nostra realtà, il nostro presente ed il nostro futuro.

Ma allora perché non lo facciamo? Beh, è molto semplice, è una questione essenzialmente culturale.

Viviamo infatti nel periodo storico del “lamento” nel quale, per cultura diffusa, ci sentiamo vittime del sistema, degli eventi e soprattutto degli altri. Questo modo di pensare fa si che, quando conviviamo con dei malesseri o con dei problemi limitanti, la nostra percezione è che le cause siano sempre da ricercare all’esterno di noi e quindi nulla si può fare per uscirne.

Se ci pensate è veramente paradossale: rispetto ad altri luoghi del pianeta, di per sé viviamo nella terra del lusso,  eppure gli sport più praticati continuano ad essere il lamento e la sindrome della vittima.

Per di più siamo sempre concentrati su ciò che manca e mai su ciò che c’è,  e questo perché culturalmente non abbiamo oggi, soprattutto a livello psicologico, una teoria di “Che cosa sia veramente la ricchezza” e di “Come la si possa costruire”: ne consegue che tutti quanti parliamo sempre e solo di mancanze o di deficit, sia in termini sociologici , economici che in termini più strettamente personali.

Detto questo, vorrei però sottolineare che il lamento ha, in molti casi, una genesi positiva: ovvero quando nasce da una stanchezza generalizzata delle persone, che diventa vero e proprio malessere, ad adattarsi agli schemi standard sociali che “devono per forza valere per tutti”, e questo a discapito delle proprie passioni, dei propri interessi, delle attitudini, dei propri sogni, delle visioni e delle motivazioni strettamente personali.

Dopo tanti anni di vera e propria “agonia autorealizzativa” le persone, soprattutto i giovani, stanche della “strategia di adattamento” messa in atto dal dopoguerra in poi, non avendo più voglia di adeguarsi agli stereotipi vecchi, li hanno fatti saltare tutti, senza riuscire però a crearne di nuovi, e questo perché perennemente “incastrati” sull’unica strategia a loro conosciuta, ovvero “la pratica del lamento”.

Ragazzi, diciamocelo chiaramente: noi oggi viviamo all’interno di una straordinaria, fantastica e stupenda epoca storica, una delle epoche forse più interessanti mai esistite e con una grande ricchezza di mezzi, di risorse, di tempo, di possibilità, un’epoca dove finalmente sta cambiando tutto senza che però nelle nostre vite stia cambiando realmente  qualcosa.

Ci manca quindi un passaggio, l’ultimo, il più importante: abbandonare definitivamente la sindrome della vittima e concentrarci su noi stessi e su ciò che è in nostro potere in funzione della nostra “autorealizzazione”

Mi rendo conto che entrare in questo nuovo modo di pensare non sia facile in quanto questa spinta autorealizzativa” fortissima non ha oggi una cultura consolidata per potersi esprimere.

Ne volete una prova? Beh, provate a chiedere alle persone che si lamentano, che vita vorrebbero: la maggior parte pronuncerà parole scontate, sostanzialmente vuote, prive di qualsiasi contenuto personalizzato o di significato profondo. Insomma, non ve lo saprà dire, in quanto non ci ha mai pensato veramente, né in termini di obiettivi, né in termini di progetto, né tanto meno in termini di responsabilità.

Dobbiamo tornare al “sogno”, per farlo come primo passo dobbiamo prenderci del tempo per noi stessi, sederci su una comoda poltrona e avere il coraggio finalmente di farci, in maniera serena e autentica, alcune domande chiare e precise come queste:

“Che vita ho adesso?”, “Che tipo di vita invece desidero?”, “Che cosa voglio realizzare?”, “Che cosa voglio creare?”, “Qual’è il mio sogno?”, “Quali sono le cose importanti per me?”, “Quali sono le cose che mi rendono felice?”, “Quali sono le potenzialità che messe in campo mi restituiscono gioia?”, “Che Significato Senso e Scopo voglio dare alla mia esistenza?”…… e così via discorrendo molte altre.

Insomma, dobbiamo avere il coraggio di scendere nel profondo di noi stessi, là dove risiedono le nostre sensazioni più intime e più profonde, quelle che ci emozionano, quelle che muovono le corde del nostro cuore, e da lì ripartire, concentrandoci solo, soltanto ed esclusivamente su ciò che è in nostro potere per realizzare tutto questo, e di potere ne abbiamo davvero tantissimo.

La spinta “autorealizzativa” è la principale causa della domanda di Coaching, perché il Coaching da questo punto di vista si colloca come uno strumento potentissimo per allenare le persone ad autodeterminare” la propria esistenza.

SCRIVERE CANZONI: “L’arte di prendersi gioco della vita”

Una rubrica che vi farà percorrere uno straordinario cammino all’interno del mondo della scrittura creativa musicale.

A cura di Giuseppe Varrone

Autore, cantautore ed organizzatore del workshop “Posso scrivere la mia canzone”

Fin da bambini veniamo addestrati a far parte di un macrocosmo che ci vuole ligi al dovere, a quel dovere. A scuola, a catechismo, all’università e anche al lavoro: quello è lo schema da seguire, non puoi sgarrare altrimenti la dovrai pagare cara con quei signori “si è sempre fatto così “.

L’unicità non esiste?

Bisogna cercarla dentro ognuno di noi, stupire gli altri con azioni e pensieri originali, ma prima ancora stupire noi stessi con quanto trovato nel magico scrigno. Ognuno di noi é nato con un talento speciale che ci rende unici, può essere a livello artistico, piuttosto che una specializzazione professionale grazie alla quale riusciamo ad emergere dal gregge del quale abbiamo sempre fatto parte.

Non credo che si possa insegnare veramente a scrivere canzoni. Chi partecipa al corso “Posso scrivere la mia canzone?” non è un incosciente che si iscrive solo per il gusto di farlo. Ha già molte canzoni che girano dentro di sé, e lo sa bene. Sono nello scrigno, deve solo afferrarle ed estrarle, forse ha bisogno di un aiuto per tenere aperto lo sportello di legno, che risulta essere molto pesante, ma una volta imparato ad ungere le cerniere non dovrà fare altro che visitare spesso quel contenitore, sottolineare la propria unicità e…prendersi gioco della vita!

APPUNTI DI BUSINESS: “Il primo segreto per un Business di successo: il POSIZIONAMENTO”

Una rubrica dedicata a temi legati a Business e PMI per spiegare in maniera semplice e fruibile come far sopravvivere una piccola o media impresa nella giungla del Business.

A cura di Andrea Bordignon

Customer Experience Manager

Come in molte altre situazioni, una delle più grandi difficoltà quando si deve iniziare un nuovo progetto è proprio: “Da dove inizio?”

Anche in questo caso, devo dire che è stato esattamente così; tuttavia, credo che il modo migliore per farlo, sia condividere con voi cosa tratteremo ed in quale modo vogliamo farlo.

Ma prima, vorrei subito spiegare cosa NON sarà questa rubrica: non abbiamo la pretesa di “insegnare” nulla a nessuno. Nel web è già pieno di “mentori” che lo fanno in maniera più o meno discutibile.

La nostra ambizione è creare uno spazio in cui condividere le nostre idee in proposito con chi avrà voglia di approfondire i temi che affronteremo, legati al mondo delle PMI che rivestono la gran parte del tessuto imprenditoriale italiano.

Ora è arrivato il momento di partire iniziando ad entrare nel merito del primo vero argomento, una reale priorità per ogni attività commerciale: il POSIZIONAMENTO.

Abbiamo promesso di sviscerare questi temi in modo chiaro e fruibile, quindi per spiegare cosa significa definire il proprio POSIZIONAMENTO all’interno del mercato di riferimento, cercherò di farlo in breve ed in parole povere.

Se vogliamo che il nostro Business abbia successo, dobbiamo essere in grado di rispondere a questa domanda:

“Perché dovrei scegliere di comprare da te, e non da un qualunque altro concorrente?”

Il primo consiglio che vogliamo condividere è di provare a pensare alle proprie attività e rispondere a questo quesito, tenendo in considerazione che la vera sfida è “saltar fuori dal mucchio”, perchè la vera chiave del successo di una PMI è  differenziarsi dalla concorrenza. La tua azienda deve essere completamente differente rispetto a tutto ciò che si trova nel tuo particolare mercato.

E questo vale indipendentemente dal mercato in cui operi. Che tu abbia un negozio di abbigliamento, che tu sia un libero professionista come un avvocato o un commercialista, che tu abbia un ristorante o un’azienda di produzione devi possedere qualcosa nella mente dei clienti che ti renda davvero unico e speciale.

Quindi, toglietevi dalla testa risposte come “la qualità al miglior prezzo” o “perchè i miei clienti li tratto bene” e segnatevi questo compito per la prossima uscita della rubrica: concentratevi sul trovare dei reali elementi di differenziazione che possano rappresentare un valore aggiunto, se avete piacere postate i vostri punti di vista o le vostre domande in merito ed attendete il prossimo articolo di questa rubrica per proseguire il nostro VIAGGIO ALL’INTERNO DEL BUSINESS.

SCRIVERE CANZONI: “Scrivere canzoni è come ricopiare in bella gli appunti di una vita”

Una rubrica che vi farà percorrere uno straordinario cammino all’interno del mondo della scrittura creativa musicale.

A cura di Giuseppe Varrone

Autore, cantautore ed organizzatore del workshop “Posso scrivere la mia canzone”

Perchè scrivere una canzone?

Il filosofo Vasco da Zocca cantava “Le canzoni nascono da sole, vengono fuori già con le parole e a noi non resta che scriverle in fretta perché poi svaniscono e non si ricordano più…”

Qualche anno prima il suo collega Plotino da Licopoli affermava che la natura si manifesta in molti modi, tra i tanti con la musica. L’uomo deve solamente tradurre le proprie emozioni e trasformarle in musica (e parole aggiungo io).

Non è raro che molti brani vedano la luce dopo il risveglio mattutino del proprio autore, frasi che girano per la testa e che andranno a formare la struttura portante di una canzone. Da scrivere subito però, prima che svaniscano come ci insegna il buon Vasco Rossi.

La natura dicevamo. Proprio lei ci regala continui spunti d’ispirazione, ma come possiamo usufruirne?

Osservandola con esasperata ammirazione, provando le stesse emozioni che vive un bambino che per la prima volta visita un luna park. Meravigliarsi dell’ovvio, del quotidiano, solo in questo modo può nascere uno scambio equo di sensazioni con tutto ciò che vive intorno a noi, a cominciare dall’albero che vediamo quotidianamente davanti a casa e pensarlo a qualcosa di più importante di una fortunata ombra che ci ripara dal sole di un pomeriggio afoso di agosto.

Prendere queste emozioni e come panificatori provetti amalgamarli con i nostri ricordi, i più recenti fino ad arrivare ai più remoti, quelli di quando eravamo bambini per creare un impasto omogeneo e genuino, poi lasciarlo lievitare prima di inserirlo nel forno e dopo averlo fatto raffreddare nutrirsene con gioia e soddisfazione, senza dimenticarsi di farlo assaggiare a chi ci sta vicino.

Penso che scrivere una canzone sia come ricopiare in bella gli appunti di una vita.

 

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