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L’ANGOLO DEL MENTAL COACH: “Ti voglio bene, e per questo io ti ascolto”

Un viaggio esperienziale ed emozionante che un Coach compie in mezzo alle speranze, le fatiche, i sogni, le contraddizioni, le passioni che l’essere umano incontra nel suo cammino alla ricerca di sensi, scopi e significati: l’allenamento del grande potenziale umano per trascendere se stessi e raggiungere ciò che davvero ci rende felici.

A cura di Aldo Ronco

Coach Umanista – Life, Sport & Corporate Mental Coach – Membro ICF

Mi piace sempre iniziare la mia giornata ascoltando un po’ di musica, questo perché la musica mi rilassa e mi mette di buon umore. Per cui appena sveglio, accendo una piccolissima radiolina e faccio colazione, dopo di che la porto con me man mano che mi sposto nelle varie stanze del mio appartamento, fino al momento in cui sono pronto per uscire di casa: a quel punto la spengo.

Questa radiolina ha una particolarità: si spegne solo dopo una duplice pressione del tasto “Off”, intervallate tra di loro di un paio di secondi. Di per sé, secondo il mio modo di concepire le radio, dovrebbe spegnersi già alla prima pressione, ….tuttavia, se io con questa radio mi comportassi così, lei non si spegnerebbe mai.

Il suo “linguaggio”, rispetto al mio, è un altro, e se io non utilizzassi il suo, con lei non comunicherei mai e poi mai.

Questa radiolina è troppo forte perché tutte le mattine, proprio nel momento in cui sto uscendo di casa, con questa sua “particolarità”, ha il potere di ricordarmi quella che sarà la regola fondamentale della comunicazione che dovrò adottare durante tutta la mia giornata, ovvero “se vuoi comunicare con l’altro, devi sintonizzarti sul linguaggio dell’altro, non sul tuo, altrimenti non lo raggiungerai mai”.

Così, allo stesso modo, se l’obiettivo della comunicazione è “conoscersi”,  non basta passare del tempo insieme a  una persona per comunicare, la comunicazione non sarà per forza conseguenziale al tempo passato insieme: bisognerà necessariamente “riempire” quel tempo con delle azioni, e la prima fra tutte, la più importante,  è “Ascoltare”.

E qui inizia la parte di per sé più difficile, nel senso che, se da un lato all’Ascolto dell’altro, con un po’ di impegno, più o meno ci arriviamo, dall’altra, la maggior parte delle relazioni si arena proprio sulla qualità dell’Ascolto, perché per comunicare è necessario offrire non un Ascolto qualunque, ma un Ascolto di qualità.

Io lo chiamo l’ “Ascolto silenzioso”, e per “silenzioso” non intendo il semplice “fare silenzio”, bensì “silenziare” il nostro ego che ci porta sempre e sistematicamente a “interpretare e riempire” ciò che l’altro ci dice con quelle che sono le nostre rappresentazioni della realtà, con quelle che sono le nostre interpretazioni, con quelli che sono i nostri significati, che poi sistematicamente (e in un attimo) trasformiamo in “giudizi sull’altro” e che alla fine ci portano a costruire “un’idea dell’altro” che in realtà non è che il frutto dei nostri significati e dei nostri modi di vedere le cose, non certo dei suoi.

Capire l’altro è tanto più difficile quanto più rimaniamo incastrati in questo meccanismo malato, una dinamica che alla fine non solo non ci avvicina alle persone, ma che ce ne allontana sempre di più.

La necessità di essere ascoltati e di essere capiti senza essere giudicati è presente in tutte le fasce di età e ci accompagna in tutte le fasi della nostra vita, e quando non viene soddisfatta, come conseguenza si creano delle inevitabili e profonde solitudini, e la nostra società oggi ne è piena.

Per certi versi è incredibile: viviamo nel mondo dei Social Network dove siamo tutti costantemente in contatto fra di noi eppure mai come in quest’epoca storica siamo circondati da così tante solitudini silenziose e faticosamente mascherate.

Non di rado le notizie di cronaca ci parlano di persone che si tolgono improvvisamente e inaspettatamente la vita e i loro amici commentare “Noi non c’eravamo accorti di nulla”.  Io lo trovo terribile, per quanto significativo.

La realtà è che il più delle volte, quando stiamo insieme, non comunichiamo, e quando decidiamo di comunicare lo facciamo male, perché non lo facciamo in funzione dell’altro, non lo facciamo per “capire” davvero l’altro.

La comunicazione e il dialogo sono oggi in fortissima crisi, e non solo a livello sociale e quindi generalizzato, ma anche tra le persone che si vogliono bene: abbiamo coppie fragili che si incrinano per un nulla; genitori e figli che non si capiscono e vivono perennemente in tensione fra di loro; relazioni interpersonali in cui i protagonisti rimangono costantemente incastrati e fermi sulle proprie posizioni senza che nessuno faccia un minimo sforzo per conoscere e capire la dimensione dell’altro.

Immersi in questo contesto di crisi comunicativa, ci scambiamo continuamente frasi del tipo “Non ti capisco proprio” oppure “Non mi sento capita da te” fino all’urlo disperato che chiude l’ennesima litigata “Ma perché non mi capisci mai?”.

Diciamo di voler bene alle persone? Ecco, io sono convinto che l’Ascolto, quello sano e rispettoso dell’altro, quello vissuto in funzione dell’altro, quello accogliente e quindi privo di qualsiasi giudizio, sia oggi – adesso – ora –  il dono d’Amore più grande, più concreto, più urgente, più utile che noi possiamo fare al nostro partner, ai nostri figli, ai nostri amici, a chiunque.

Chiediamoci se alle persone a cui vogliamo bene regaliamo ogni tanto dei momenti di ascolto così e, se non lo facciamo, attiviamoci immediatamente.

L’ascolto è oggi la sfida d’amore più importante in assoluto, ed è anche quella che dobbiamo cercare assolutamente di vincere, perché senza “Ascolto” qualunque relazione non solo non cresce, ma si estingue.

Io amo ascoltare, ed è anche per questa ragione che ho scelto di diventare Coach, perché in qualsivoglia cammino di Coaching, a prescindere dal problema che ne ha fatto scaturire la richiesta, e indipendentemente dall’obiettivo che il cliente desidera raggiungere, questo tipo di ascolto è la prima grande competenza che un buon Coach deve saper mettere in campo. Da essa dipende in gran parte la buona riuscita del cammino, perché solo quando la persona (il Coachee) si sente capita e non giudicata, può a quel punto percepirsi nelle giuste condizioni per dare il meglio di sé ed esprimere il massimo del suo potenziale. E questo vale anche nelle nostre relazioni interpersonali: solo quando una persona si sente capita e non giudicata, si sente davvero amata e quindi è pronta a dare il meglio di se: a se stessa, a noi e agli altri.

L’ANGOLO DEL MENTAL COACH: “Dal lamento al sogno”

Un viaggio esperienziale ed emozionante che un Coach compie in mezzo alle speranze, le fatiche, i sogni, le contraddizioni, le passioni che l’essere umano incontra nel suo cammino alla ricerca di sensi, scopi e significati: l’allenamento del grande potenziale umano per trascendere se stessi e raggiungere ciò che davvero ci rende felici.

A cura di Aldo Ronco

Coach Umanista – Life, Sport & Corporate Mental Coach – Membro ICF

La buona notizia è che noi possiamo sempre “autodeterminare” la nostra esistenza, sempre!

Lo dico subito, d’entrata, tanto per capirci e non trovare scuse.

Quando parlo di “autodeterminare la nostra esistenza”, sto parlando di tutto: lavoro, relazioni, rapporto con noi stessi, rapporto con gli altri, obiettivi di vita, e tutto ciò che caratterizza le nostre giornate, la nostra realtà, il nostro presente ed il nostro futuro.

Ma allora perché non lo facciamo? Beh, è molto semplice, è una questione essenzialmente culturale.

Viviamo infatti nel periodo storico del “lamento” nel quale, per cultura diffusa, ci sentiamo vittime del sistema, degli eventi e soprattutto degli altri. Questo modo di pensare fa si che, quando conviviamo con dei malesseri o con dei problemi limitanti, la nostra percezione è che le cause siano sempre da ricercare all’esterno di noi e quindi nulla si può fare per uscirne.

Se ci pensate è veramente paradossale: rispetto ad altri luoghi del pianeta, di per sé viviamo nella terra del lusso,  eppure gli sport più praticati continuano ad essere il lamento e la sindrome della vittima.

Per di più siamo sempre concentrati su ciò che manca e mai su ciò che c’è,  e questo perché culturalmente non abbiamo oggi, soprattutto a livello psicologico, una teoria di “Che cosa sia veramente la ricchezza” e di “Come la si possa costruire”: ne consegue che tutti quanti parliamo sempre e solo di mancanze o di deficit, sia in termini sociologici , economici che in termini più strettamente personali.

Detto questo, vorrei però sottolineare che il lamento ha, in molti casi, una genesi positiva: ovvero quando nasce da una stanchezza generalizzata delle persone, che diventa vero e proprio malessere, ad adattarsi agli schemi standard sociali che “devono per forza valere per tutti”, e questo a discapito delle proprie passioni, dei propri interessi, delle attitudini, dei propri sogni, delle visioni e delle motivazioni strettamente personali.

Dopo tanti anni di vera e propria “agonia autorealizzativa” le persone, soprattutto i giovani, stanche della “strategia di adattamento” messa in atto dal dopoguerra in poi, non avendo più voglia di adeguarsi agli stereotipi vecchi, li hanno fatti saltare tutti, senza riuscire però a crearne di nuovi, e questo perché perennemente “incastrati” sull’unica strategia a loro conosciuta, ovvero “la pratica del lamento”.

Ragazzi, diciamocelo chiaramente: noi oggi viviamo all’interno di una straordinaria, fantastica e stupenda epoca storica, una delle epoche forse più interessanti mai esistite e con una grande ricchezza di mezzi, di risorse, di tempo, di possibilità, un’epoca dove finalmente sta cambiando tutto senza che però nelle nostre vite stia cambiando realmente  qualcosa.

Ci manca quindi un passaggio, l’ultimo, il più importante: abbandonare definitivamente la sindrome della vittima e concentrarci su noi stessi e su ciò che è in nostro potere in funzione della nostra “autorealizzazione”

Mi rendo conto che entrare in questo nuovo modo di pensare non sia facile in quanto questa spinta autorealizzativa” fortissima non ha oggi una cultura consolidata per potersi esprimere.

Ne volete una prova? Beh, provate a chiedere alle persone che si lamentano, che vita vorrebbero: la maggior parte pronuncerà parole scontate, sostanzialmente vuote, prive di qualsiasi contenuto personalizzato o di significato profondo. Insomma, non ve lo saprà dire, in quanto non ci ha mai pensato veramente, né in termini di obiettivi, né in termini di progetto, né tanto meno in termini di responsabilità.

Dobbiamo tornare al “sogno”, per farlo come primo passo dobbiamo prenderci del tempo per noi stessi, sederci su una comoda poltrona e avere il coraggio finalmente di farci, in maniera serena e autentica, alcune domande chiare e precise come queste:

“Che vita ho adesso?”, “Che tipo di vita invece desidero?”, “Che cosa voglio realizzare?”, “Che cosa voglio creare?”, “Qual’è il mio sogno?”, “Quali sono le cose importanti per me?”, “Quali sono le cose che mi rendono felice?”, “Quali sono le potenzialità che messe in campo mi restituiscono gioia?”, “Che Significato Senso e Scopo voglio dare alla mia esistenza?”…… e così via discorrendo molte altre.

Insomma, dobbiamo avere il coraggio di scendere nel profondo di noi stessi, là dove risiedono le nostre sensazioni più intime e più profonde, quelle che ci emozionano, quelle che muovono le corde del nostro cuore, e da lì ripartire, concentrandoci solo, soltanto ed esclusivamente su ciò che è in nostro potere per realizzare tutto questo, e di potere ne abbiamo davvero tantissimo.

La spinta “autorealizzativa” è la principale causa della domanda di Coaching, perché il Coaching da questo punto di vista si colloca come uno strumento potentissimo per allenare le persone ad autodeterminare” la propria esistenza.

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