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News

“Ancora pochi giorni per votare i vostri beniamini tra i contest firmati Chisolino”

Scadrà domenica 26 aprile 2020 alle ore 15 il termine ultimo per poter votare i vostri beniamini tra i contest lanciati dal Chisolino.

In particolare per “Arruolati nell’esercito dei supereroi” e “Crea la tua corona riciclosa” dedicato al Comune di Castagnole Piemonte.

Ricordiamo che la foto del supereroe o supereroina che riceverà più Mi Piace il riconoscimento di una medaglia al valore, mentre le foto del Re e della Regina castagnolesi che riceveranno più like verranno incoronati direttamente dal Sindaco Mattia Sandrone.

PINEROLESE WILD: “Storia e leggende tra le borgate pragelatesi”

Il Comune di Pragelato, uno dei più estesi della Val Chisone in quanto a superficie, è composto di ben 20 villaggi o borgate. Di esso faceva parte anche, fino al 1934, cioè fino alla costituzione del comune di Sestrieres, nel quale venne inclusa, l’omonima borgata.

Molti di questi villaggi, un tempo popolosi e pieni di vita, sono ormai vuoti e abbandonati.

Alcuni di essi sono ridotti ad alpe per la monticazione del bestiame (Troncea, Seite, Laval, Jousseaud, Foussimagne, Rif), altri (Allevé, Grand Puy, Villardamond, Chezal) si animano solo nella bella stagione quando vi tornano alcune famiglie indigene per attendere ai lavori dei campi o per accudire gli alveari, oppure per ospitare famiglie emigrate nella vicina Francia o in Italia che vi fanno ritorno per ritemprare il fisico e lo spirito, o, ancora, nuclei di forestieri che hanno acquistato i vecchi casolari e li hanno ristrutturati, non sempre però mantenendovi le caratteristiche architettoniche.

Si sa però per certo che altri villaggi vi esistevano, oltre a quelli attuali. Sono i villaggi di Jabets (lou Dzabée), nei pressi di Seite in val Troncea, Nai, nelle vicinanze di Jousseaud, Granges Chalmette (lou Drôn dâ Cazèi), nell’omonima regione, Mureaux (lou Murau), a ridosso del Chisone tra Soucheres Basses e Fraisse, Rif superiore (lë Riou d’amount), a nord dell’omonimo villaggio.

Questi villaggi sono stati distrutti durante le frequenti vicende belliche che nei secoli scorsi hanno travagliato l’alta Val Chisone, spazzati via dalla furia degli eserciti in contesa. Di taluni di essi sono rimasti dei ruderi, tuttora ben visibili.

La tradizione popolare vuole però che altri villaggi esistessero nel territorio pragelatese ma di essi ben poco si sa, avvolti come sono da un alone di leggenda che non offre possibilità alcuna di documentare in concreto la loro esistenza.

Una zona che si vuole fosse sede di insediamenti umani è quella che da Villardamond si estende verso il colle Basset. In questo ampio vallone pare esistessero due villaggi, denominati Counh (a forma di cuneo) e Cabot (baita).

Il primo sarebbe stato situato a ovest di Villardamond, oltrepassato il rio denominato Coumbalét, lungo il sentiero che porta all’alpe Routsô la grôndze e all’alpe Brûn.

Quivi, in località Enversi d’amount (Inversi superiori), il piccolo villaggio sarebbe sorto, fondato forse da esuli valdesi cacciati, durante le persecuzioni ordinate dall’Inquisizione, dalla Val Troncea.

Pare che uno dei primi abitanti di Counh fosse un tale Jayme, fuggito da Laval, i cui discendenti, convertiti al cattolicesimo, si trasferirono poi a Villardamound.

Narrasi che durante una visita di Luigi XIV in Val Chisone gli abitanti del villaggio gli si presentassero davanti per rappresentargli il loro disagio nel doversi recare a La Ruà per le funzioni religiose, supplicandolo di far erigere una chiesa in località più prossima al loro villaggio.

Il re di Francia, sensibile ai bisogni spirituali dei suoi sudditi, avrebbe promesso ai postulanti che una nuova chiesa sarebbe stata eretta a Traverses.

In quell’incontro con Luigi XIV, gli abitanti del Counh avrebbero anche implorato aiuto per alleviare le loro misere condizioni economiche provocate da un’invasione di cavallette che avevano devastato i loro magri raccolti. (Tutto ciò è però frutto della fantasia popolare non essendo comprovato da nessun documento storico. Forse non si trattava del re di Francia ma di qualche suo emissario).

L’esistenza del villaggio del Counh sarebbe comprovata da due fatti, uno avvolto dalla leggenda e l’altro assai più concreto perché verificatosi da poco tempo.

Vuole, infatti, la leggenda che un viandante, proveniente dal colle Basset, incontrasse, una domenica mattina, accanto alla fontana del Villaggio, dove si era fermato per dissetarsi, sette fanciulle intente a lucidare le zangole e i paioli di rame (“Sette mariouira en tren a furbî soû buria e soû sedzelîn” dice l’antica leggenda).

Alcuni anni fa, una donna di Chezal, che si recava in visita ai propri parenti ad Allevé, attraversando la zona, avrebbe notato, là dove sorgeva il villaggio, i resti della conduttura in legno che portava l’acqua alla fontana. Ciò confermerebbe, senza ombra di dubbio, che il villaggio del Counh è realmente esistito.

Il villaggio denominato Cabot sarebbe stato situato molto oltre quello del Counh, in località lâ Platta (i pianori) sulla mulattiera che conduce al colle Basset. Di esso nulla si sa di preciso. Forse non si trattava di un villaggio vero e proprio ma di un piccolo agglomerato nel quale si erano insediate alcune famiglie di sbandati a causa delle persecuzioni religiose.

Vuole la leggenda che, a poco a poco, a causa della lunghezza e della rigidità dell’inverno e della presenza di famelici lupi che infestavano la zona, gli abitanti abbandonassero il minuscolo villaggio.

Solo due sorelle nubili si sarebbero rifiutate di andarsene. Fu durante un interminabile inverno che una delle due morì.

Essendo impossibile trasportarla a valle a causa dell’enorme quantità di neve che letteralmente tutto sommergeva sotto un’imponente massa gelata, la superstite avrebbe portato la defunta sua sorella nella parte superiore della sua dimora, quella dove si conserva la paglia e si ripone la legna, conosciuta in patouà col nome di pantèria.

Quivi, avvolta in un fascio di paglia, la poveretta sarebbe rimasta per la restante parte dell’inverno: a primavera, le sue misere spoglie avrebbero poi trovato sepoltura nel piccolo cimitero del Counh.

Altro insediamento abitativo avrebbe avuto luogo in località Croo (conche), una zona tra Allevé e Rif, a nord della borgata Granges, ai piedi di una grossa ripa denominata Bruô dë Piere Couquin (ripa di Pietro il malvagio).

In detta località, un tempo coltivata a prato e campo ed ora ridotta, al pari di tante altre, a gerbido, si possono notare dei ruderi la cui forma e disposizione possono facilmente dare l’impressione che ivi siano veramente esistite delle abitazioni.

Un ultimo villaggio si sarebbe infine trovato nei pressi della borgata Rif.

Questa sarebbe quindi stata composta di tre nuclei, e precisamente: il Rif superiore (Riou d’amount), il Rif di mezzo (Riou dâ mei) e il Rif inferiore (Riou d’avôl).

Ad avvalorare l’ipotesi dell’esistenza di quest’ultimo c’è il toponimo con cui è nota la località in cui esso sarebbe sorto e precisamente Grangiot, ossia Grôndze dë Giot (baita di Guiot, cognome, questo molto comune in Pragelato).

Nulla di più probabile, quindi, che accanto alla baita suddetta ne esistessero anche altre sì da formare un vero e proprio villaggio, abbandonato e poi distrutto nell’arco dei secoli.

http://www.chambradoc.it/lavaladdo-testiinitaliano/antichiVillaggiPragelatesi.page

“Offriremo noi quel caffè agli Eroi”

In questi giorni sto seguendo sulle pagine di questo giornale gli articoli dell’infermiere candiolese Graziano Di Benedetto impegnato come tanti suoi colleghi in questa difficile battaglia contro il Covid 19.

Questi “Eroi”, oggi definiti così, siano essi infermieri, medici, operatori sanitari, stanno dando dimostrazione di quanto il loro senso di umanità vada oltre quello di responsabilità del lavoro che svolgono.

Ci stiamo accorgendo che non è un mestiere come gli altri e che nei momenti di estrema emergenza, sono pronti a dare la vita per il prossimo e per il proprio paese.

Forse lo sapevamo già, ma davamo per scontate certe loro azioni, certi loro gesti e presi dal nostro ritmo incalzante delle giornate, non davamo a loro la giusta considerazione.

Improvvisamente questa emergenza ha ribaltato le nostre convinzioni sull’operato del personale sanitario.

I loro turni disumani, senza riposi e senza avere il tempo di una pausa. Il sostituirsi con amore e dedizione all’ascolto del malato al posto dei familiari che adesso non possono vedere. Il piangere i malati quando questo maledetto virus si prende i loro corpi. Il proteggere i propri affetti ogni giorno stando distanti e rinunciando ai loro momenti insieme. Il restare al loro posto anche senza le adeguate protezioni o il giusto compenso, rischiando la morte. Sono tutte azioni che fanno capire a tutti noi di cosa siano capaci questi “angeli” e quali siano i valori che contano davvero nella vita.

Accettare di sentire quell’odore di morte e di acidi tutto il giorno e il rumore dei respiratori che con la coda dell’occhio tengono sotto controllo, riuscire nella frenetica corsa contro il tempo con un fil di fiato a dire al collega: “Riposati un attimo, ti sostituisco io”, sono davvero atti di candido eroismo. Ma loro non vogliono essere considerati tali.

Non dimenticheremo tutto questo ad emergenza finita, ne sono sicura.

Ma se al mattino, mentre prendiamo frettolosamente la nostra tazzina fumante di caffè al bar prima di andare al lavoro, entrasse uno di questi “Eroi”, fermiamoci un attimo a ringraziarlo e offriamogli noi quel caffè.

Tiziana Calamera

“Le tre di notte, il rito della vestizione. Infermiere in corsia”

La collega oltrepassa la striscia di nylon, pochi passi e scompare dietro una deviazione del corridoio che porta nel cuore del reparto. Rimango oltre la striscia, nella zona “pulita” sento i suoi passi percorrere avanti ed indietro il corridoio nascosto, poche pause, poi altri passi.  Vorrei essere invisibile e protetto e vedere cosa c’è oltre. Ma è solo questione di ore. Torno in medicheria, la giovane collega su mia precisa richiesta, mi spiega cosa sono le sigle sulla consegna e come si montano le maschere Venturi e altro ancora. Da insegnante universitario e tutor di poche ore fa, mi trovo ora nelle vesti di studente e… tirocinante. Quanti particolari da imparare nel giro di poche ore. Prendo appunti, ma inutile farlo, tanto non avrò il tempo per rileggerli. Sono già le due… stranamente né io né la collega parliamo della nostra vita privata, sembra che vogliamo tenere fuori la nostra esistenza da questa situazione caduta improvvisamente sopra di noi, e sembra sull’intero mondo. Sono le due e trenta. “Dobbiamo cominciare a vestirci, ci vuole tempo…” dice Francesca, “Sì giusto, iniziamo,” rispondo con voce sicura ed anima tremante. Con celerità iniziamo a prendere i vari presidi dagli armadi e dalle scatole. È la prima volta che mi vesto così. Apro la confezione del camice chirurgico, un camice di un colore blu acceso, al suo interno vi è un grosso fazzoletto bianco, lo afferro per gettarlo ma la Francesca mi ferma dicendo, “No, fermo, quello lo mettiamo al collo, è utile.”  i presidi sono tutti diversi, la collega prima aveva usato un altro indumento ancora. Guardo la collega, la osservo e la imito, lei ha… un giorno di esperienza in più di vestizione, esperienza preziosa. A turno ci leghiamo, il camice da dietro, con lacci che penzolano dai lati. Le mie spalle larghe, premono contro il camice, Francesca è costretta a fermare i lembi con abbondante cerotto di seta, e io devo fare altrettanto con lei per il motivo opposto. Lei scompare all’interno dell’indumento. Il fazzoletto bianco è arrotolato intorno al collo, anch’esso incerottato abbondantemente. Poi indosso una cuffietta leggera, traforata e trasparente, una cuffietta da sala, seguo il consiglio di Francesca e la posiziono fino alla fronte. Essendo piccola, lascia scoperta la nuca, ma fortunatamente abbiamo un altro copricapo, che, avendo forma diversa, lascia scoperta la fronte, ma copre la nuca. Si lega sul davanti. Sento già il sudore scivolare lungo la schiena e non sono nemmeno a metà della vestizione. I camici, di taglia unica, coprono al massimo fino al ginocchio, almeno per le persone alte come me, quindi bisogna trovare delle soluzioni. I copri scarpe hanno uno splendido colore, ma il colore non spaventa il virus, coprono solo gli zoccoli. Li indossiamo comunque, ma poi prendiamo due sacchi neri della spazzatura, quelli dove si gettano i rifiuti di ogni tipo, e dopo aver messo le gambe dentro, li sagomiamo sempre con il cerotto di seta, cerchiamo di dare una forma ergonomica, meglio non inciampare all’interno del reparto. Non riesco a definire la sensazione che provo. Indossare dei sacchi della spazzatura. Mi proteggo o proteggo io qualcuno? E mi proteggo o proteggo qualcuno con dei sacchi della spazzatura? Non è l’estetica che mi disturba. I pazienti riconosceranno me e la mia collega come professionisti o come cosa? E come si percepiranno loro? Tolgo questo pensiero dalla mente, lo rinchiudo dentro al sacco, non voglio che esca, forse adesso la paura è più forte e ogni pensiero è invadente. Io e Francesca non riusciamo nemmeno a guardarci negli occhi, forse anche lei ha pensato la stessa cosa, ma preferisco non chiedere. Prendo un paio di guanti, color bianco latte, con le maniche più lunghe, taglia XL, l’unica confezione presente. Francesca prende le forbici e fa un piccolo foro vicino all’elastico delle maniche, “Infila il pollice, cosi il camice non scappa e il polso rimane coperto,” seguo senza fiatare le sue istruzioni.  Aiuto anche lei nella stessa operazione. Poi indossiamo un altro paio di guanti sopra, i miei entrano a stento. Cerco di non lacerarli. Non vi sono guanti di una misura più grande. Adesso prendiamo un altro camice, spesso, pesante. Il suo verde acceso, è quasi bello. Non ha tasche, solo lacci che si annodano da dietro. Impossibile fare da soli questa operazione. Infilo le braccia, Francesca da dietro tira il camice e poi lo lega. Io aiuto lei, stringo il più possibile i lacci, ma il suo esile corpo non riempie nemmeno il doppio camice, sono costretto ad usare nuovamente il cerotto di seta, “Sarà un bel problema toglierlo dopo,” dice Francesca quasi ansimando. Io cerco di azzerare le emozioni, penso solo al qui e ora, il domani è un’ipotesi, forse perché è troppo lontano. Ma le emozioni non si possono azzerare, non ci si abitua alla sofferenza, non ci si abitua al dolore, non ci si abitua alla morte. Nessun camice, nessun guanto, nessun copri collo attaccato con il cerotto ci difende da questo. Nemmeno i sacchi della spazzatura che indossiamo… vestiamo la corazza del coraggio, piena di crepe, piena di fori, ma incredibilmente solida ora. Il tempo è passato inesorabilmente e noi siamo ancora sprovvisti della barriera più preziosa. La mascherina e gli occhiali protettivi. Francesca mi porge la mascherina FFP3, ha un colore bianco pallido, ai due lati ha dei filtri che sporgono. Indossarla non è semplice, soprattutto perché dopo si deve togliere senza toccare l’interno. Grosso problema per me che ho gli occhiali. Guardo la collega, afferra con una mano la mascherina e con l’altra il doppio elastico. Posiziona la mascherina sul muso e un elastico alla base della nuca e l’altro in altro. Poi sopra rimette la chirurgica.  Io devo togliere gli occhiali, cerco di fare la stessa cosa. Riesco al secondo tentativo. Non avendo capelli, la cuffia fa effetto velcro e l’elastico non scivola, ma stringe come un pensiero di morte. Ferma quasi la circolazione, ma per far aderire la mascherina cosi deve essere. Rimetto gli occhiali, e la chirurgica. Non parlo, sento le orecchie tirare verso il viso. Un dolore insidioso. I miei occhi si girano verso l’orologio. Le tre meno dieci. Troppo tardi o troppo presto? Esce il mio fiato dall’alto della mascherina, o forse esce dai filtri, non lo so. Adesso devo indossare gli occhiali copri occhiali. Sembrano una maschera da sub, ma qui non devo immergermi nel blu infinito per vedere i coralli o ricci, qui mi devo immergere nell’ignoto, nella malattia, nella morte forse. Li indosso con fatica. Mi stringono sul naso, dietro le orecchie, sulla fronte e l’elastico dietro comprime anche il cervello. Ma la sensazione di compressione mi fa sentire più protetto, ma protetto da cosa? Dal fiato dei pazienti, da me stesso, dalle mie paure, dal virus? Non c’è più tempo per pensare, non c’è più tempo nemmeno per guardare l’orologio. Ci controlliamo a vicenda io e Francesca. Vedo appannato. Il fiato arriva anche dentro i copri occhiali. Camminiamo verso la striscia di nylon. Il rumore dei sacchi che toccano il pavimento dà la sensazione di muoversi strisciando. Il nastro di nylon è ormai a pochi centimetri da me. Adesso sento il cuore battere dentro i due camici. Il mio fiato comprimere le mascherine e premere con forza per uscire. Non voglio far entrare l’aria, ma devo pur respirare… anche se forse non vorrei.  Oltrepasso la striscia, il buio è profondo… ormai sono dentro.

Perché una rubrica? Perché una rubrica con dentro contenuti di uno scrittore attore? Semplicemente perché l’arte non è solo apparire ma è anche lavorare con se stessi per approdare a risultati di cui tutti possono fruire. Leggere… leggete… troverete un mondo dentro gli spazi bianchi fra le righe nere.

A cura di Graziano Di Benedetto

Scrittore – Attore

VINOVO: “L’IndovinaLibro, chi scoprirà il titolo del nuovo libro”

Secondo appuntamento dell’IndovinaLibro lanciato dalla Biblioteca Civica di Vinovo, ma prima la soluzione al quesito della scorsa settimana:


“Un cappello pieno di ciliege” di Oriana Fallaci, complimenti a chi ha indovinato!

E ora un nuovo incipit da svelare, buona fortuna e occhio alle immagini:

IndovinaLibro

IndovinaLibroEccoci con il secondo appuntamento dell'IndovinaLibro, per prima cosa la soluzione al quesito della scorsa settimana che era… "Un cappello pieno di ciliege" di Oriana Fallaci, complimenti a chi ha indovinato!E ora un nuovo incipit da svelare, buona fortuna e occhio alle immagini!

Posted by BIBLIOTECA CIVICA VINOVO on Thursday, 16 April 2020

NONE: “Fixo premia un altro vincitore per il nuovo contest”

Massimiliano Muranelli si aggiudica il contest dedicato alla festività pasquale lanciato dall’attività commerciale nonese Fixo, un momento che aiuta a passare il tempo tra le proprie mura in questo periodo di emergenza sanitaria.

Il contest prevedeva la condivisione di una foto del proprio pranzo di Pasqua o di Pasquetta, o di un piatto della Pasqua tipico del proprio paese. La foto di Massimiliano è stata così la più votata sui social:

In premio un uovo di Pasqua artigianale al cioccolato fondente con sorpresa della pasticceria nonese Spina

Una pizza per l’associazione “Città delle Donne”

L’Associazione “La Città delle Donne” , nel suo costante impegno per individuare iniziative e progetti utili a raccogliere fondi per sostenere Donne, Madri e persone in difficoltà, ha trovato nel suo cammino illuminati e sensibili imprenditori che hanno accolto con concretezza questa filosofia di mutuo soccorso.

Nasce tempo fa  l’idea di creare una pizza dedicata a “La Città delle Donne” che possa divenire, con la sua vendita, un sostegno per i progetti intrapresi dall’associazione.

“Ringraziamo oggi Alexander Pizzeria che ha abbracciato, con entusiasmo, creatività e tanta passione, questa richiesta di solidarietà sociale, che grazie  al suo chef e staff davvero molto speciali, hanno voluto dar vita ad una nuova spettacolare pizza, un vero inno alla vita, proprio come lo sono tutte le Donne. Il messaggio? Chiunque, attraverso le proprie personali potenzialità e professionalità, può trovare un modo per sostenere chi, come noi, si trova in prima linea nel soccorrere chi è meno fortunato” le parole dell’associazione “La Città delle Donne”.

Alexander Pizzeria presenta così “Afrodite Marina”, opera artistica che stimola il gusto, l’olfatto, la vista e lo spirito: lo Chef si è ispirato alle statue antiche della dea, con il tradizionale vaso sopra le spalle, che simboleggia la funzione del femminile di contenere e nutrire.

“Quest’opera artistica, è stata creata dopo una piacevole condivisione di valori fra l’associazione ed il team Alexander, con cui nasce una collaborazione di intenti nel rispetto del mondo femminile. Una volta ideata, questa pizza “Afrodite Marina”, come naturale conseguenza, è stata dedicata alle Donne con il Patrocinio della nostra associazione” conclude “La Città delle Donne”.

CASTAGNOLE: “La carta delle uova pasquali si trasforma in corone per piccoli Re e Regine”

Corone create dai bambini castagnolesi con il riciclo della carta delle uova di Pasqua.

Le foto del Re e della Regina che riceveranno più Mi Piace verranno incoronati direttamente dal Sindaco del Comune di Castagnole Piemonte. L’iniziativa del Chisolino il collaborazione con il Comune di Castagnole Piemonte, ha portato un gran da fare tra le famiglie alle prese con cartoncini, forbici, colla e tanta fantasia.

Tutti i capolavori dei bambini sono visibili all’interno dell’album fotografico:

https://www.facebook.com/pg/ilchisolino/photos/?tab=album&album_id=3044520738940505

PIOBESI: “#restiamoconnessi un successo con continui contributi”

Continua con grande successo e partecipazione il progetto #restiamoconnessi del Comune di Piobesi Torinese.

Sei un commerciante, un’ associazione, un professionista e vuoi partecipare al progetto inviando un tuo contributo?
Scrivi a: socialeecultura@comune.piobesi.to.it

Per poter vedere tutti i contributi della settimana e di quelle passate visita la pagina:

http://www.comune.piobesi.to.it/Default.aspx

TE LO DICO IN POESIA: “Versi e parole dedicati ad una Pasquetta diversa dalle altre”

Per questa Pasquetta un po  in sordina, una piccola immagine di un tempo che può essere diverso, una finestra sul cortile dei pensieri che vanno oltre i ricordi con l’immaginazione.

Pasquetta

Pasquetta, Pasquetta
sei la prediletta
delle gite di primavera
di festa riempi l’atmosfera

E son griglie e fuochi prelibati
su quei prati dall’odore incantati
grida di gioia si elevano al cielo
in un angolo di vita sotto l’albero di melo

Ma quest’anno la gita al mare non si può fare
l’azzurro intenso dal balcone si può sognare
creando confini di pensiero
di quel mondo marino che diventa vero

E’ dalla finestra eletta
che si vive la Pasquetta
rimirando i fiori e frutti
che sui terrazzi onorano i lutti

E ripenso a quelle bambinette
che correvano per le strade in biciclette
per quel senso di vivace libertà
che si prova solo a quell’ età

Ora è un’altra Pasquetta
che non va più di fretta
dove il silenzio scorre lento
e gioca a nascodino con il vento

Tiziana Calamera 13 Aprile 2020

C’è un linguaggio con cui spiegare gli eventi e il mondo che ci circonda in modo empatico e riflessivo: la poesia, che interpreta in profondità il nostro legame interiore con esso e muove le corde emotive alla ricerca di intuizioni concrete che ci fanno evolvere. Sarà un viaggio alla scoperta del proprio essere, che vi invito a fare con me.

A cura di Tiziana Calamera

Poetessa

PINEROLESE WILD: “Pequerel, la giornata delle due stagioni”

Marzo è pazzerello… al mattino qualche centimetro di neve a Fenestrelle, al pomeriggio tutto asciutto sul versante a sud…. mi sa che Greta un po di ragione c’è l’ha!

Passeggiata da Fenestrelle a Pequerel, tra antichi sentieri dove un tempo tutto era coltivato ed i muretti lungo il percorso sono li a ricordarlo, in un ambiente tutto esposto al sole, dove Pequerel è circondata dal Pelvo, dall’Orsiera, da Pra Catinat, mentre dall’altro versante l’Albergian e il suo vallone fanno l’occhiolino in un ambiente maestoso.

Come sempre un posto incantevole…..

La storia di Pequerel ha molte leggende e sembra che la sua creazione sia dovuta a due fratelli…..

Una storia locale racconta che Pequerel fu fondata nel medioevo da un tale Pin Cairel, fratello meno celebre del trovatore Elias Cairel.

I due fratelli, provenienti da Sarlat, in Aquitania, erano di famiglia ricca, avendo ereditato la professione di orefici e disegnatori di blasoni del padre.

Poi, stufi di quella vita borghese, si misero entrambi a comporre canzoni, diventando giullari.

Elias, che aveva la fama di essere un pessimo cantante, ma uno dei migliori compositori di testi e melodie della sua epoca, viaggiò di qua e di là per l’Europa, partecipando alla quarta crociata e si dice combattendo pure nella battaglia di Las Navas de Tolosa contro i Mori di Spagna.

Il nostro Elias soggiornò per qualche tempo anche in Italia, in Veneto senz’altro.

Ed in uno dei suoi viaggi la leggenda racconta che egli si portò appresso il fratello minore, Pin, pure lui giullare, con una voce ancora peggiore della sua e senza neppure il dono di essere un ottimo paroliere.

I due fratelli attraversarono il Monginevro, dove passava il percorso principale della Via Francigena.

Giunti all’altezza del villaggio di Fenestrelle, si fermarono in una locanda a rifocillarsi: la figlia dell’oste, la fanciulla più bella della valle, portò due bei boccali di birra ai viandanti e tanto bastò a Pin per innamorarsi perdutamente di lei.

Il giovane convinse il fratello maggiore a fermarsi per la notte nella locanda, sperando di poter parlare con l’amata e rivelarle la propria improvvisa passione.

Ed Elias accettò.

E così per le due o tre notti seguenti, fino a che il maggiore non si stufò di aspettare che il timido Pin si dichiarasse.

Così andò lui a riferire alla giovane l’amore del fratello e scoprì che pure lei lo amava. “Valli a capire – pensò Elias tra sé – due giorni che parlottano e già si vogliono sposare, io ho viaggiato mezza Europa e Palestina ed ancora non ho trovato una dama da amare…”

Fatto sta che Elias abbracciò il fratello augurandogli ogni bene e ripartì, in direzione di Treviso, dove sperava di trovare accoglienza presso il signore Azzo d’Este. Avvenne però che l’oste non volesse dare la figlia in sposa ad un giullare, benché costui giurasse di essere un artigiano di grandi doti, sia nel lavorare i metalli preziosi, sia il legno. “Dimostramelo – disse l’arcigno valligiano – e avrai in moglie la mia figliola”.

Così Pin si inerpicò sulle montagne sopra Fenestrelle, dove all’epoca non c’erano né forti né alberghi inquietanti, e, aiutato solo dalla propria amata, in pochi mesi edificò la propria casa, con tanto di fregi d’oro e di legni finemente intagliati.

La casa di Pin Cairel divenne così celebre e pregiata che ben presto altri giunsero a vivere nella sua valletta e la borgata che ne uscì prese il nome dal suo fondatore: Pincairel, oggi Pequerel.

La biografia medievale di Elias Cairel racconta che egli, stanco del troppo peregrinare, tornò ormai anziano a morire a Sarlat, da cui era partito tanti anni prima. Ma é bello pensare che si sia fermato a Pequerel, dal fratello Pin.

TE LO DICO IN POESIA: “I tempi del Coronavirus”

Sono affetto da Coronavirus. Già… è capitato. Proprio a me. E’ stata colpa di quel cinese senza difese, venuto dal suo paese.

Ora son qui isolato, tra il mio letto e la poltrona leggo una storia buona.

Passare il tempo è difficile, penso al lavoro che mi dà decoro. Non ci posso andare, chiuso in casa mi tocca stare.

Chissà se passerà e quando passerà, potrò uscire di nuovo con la stessa dignità? Sono portatore di problemi, ho scritto una storia dove l’economia è stata spazzata via da un piccolo animaletto che si infila dentro il petto.

Eppure è invisibile, ma fa paura, è temibile perché si diffonde in modo formidabile.

Mette alla prova la scienza e la medicina che è confusa più di prima. E’ solo un’influenza che si espande con arroganza. Ma noi la vinceremo se tutti uniti rimarremo.

Al teatro non si va più, si sta distanti almeno un metro per non rischiare con la saliva di finire in terapia intensiva.

Penso al mio viaggio in treno verso la bella Sicilia, dovevo partire in primavera per un’esperienza vera. Ma il treno non parte più. Solo fra i suoi binari senza gli “infestanti” passeggeri.

E’ un pellegrinaggio verso mondi inesplorati, fatti di gel e supermercati svuotati, dove l’unico pensiero e quel sogno così vero di pace e di speranza verso l’essenziale tolleranza.

Eppure è già successo nel medioevo che la peste falciò le folle e tutti la presero con le molle. Gli appestati furono abbandonati e i moribondi calpestati.

Ora è diverso. Stiamo chiusi in modo regale con pasti caldi e il telegiornale che ci informa ogni minuto se più di uno è sopravvissuto.

Alle fine della storia cosa ci mancherà? Quell’abbraccio e quella stretta di mano che sono dell’umanità l’essenza dell’uomo. E mai più tornerà quel momento tanto atteso, del bacio sulle labbra verso la mia lei proteso, guardandola negli occhi aspettando che mi tocchi.

Siamo al tempo del Coronavirus, si è trasformato anche il visus perché non abbiamo più occhi per vedere i colori delle primavere, offuscati da chi ha perso il coraggio di continuare il proprio viaggio.

Oh Dio pensaci tu a sistemare la questione, con la tua santa protezione. Di invisibili te ne intendi nella vita dei tuoi mondi. E chissà che non sia la volta buona per ricordare la tua storia e rinfrescare la memoria. Dopo il trapasso non c’è il collasso, ma l’inizio di una nuova vita, di tutto l’amore possibile colorita.

Tiziana Calamera 9 marzo 2020

C’è un linguaggio con cui spiegare gli eventi e il mondo che ci circonda in modo empatico e riflessivo: la poesia, che interpreta in profondità il nostro legame interiore con esso e muove le corde emotive alla ricerca di intuizioni concrete che ci fanno evolvere. Sarà un viaggio alla scoperta del proprio essere, che vi invito a fare con me.

A cura di Tiziana Calamera

Poetessa

CANDIOLO: “Donazioni per emergenza Covid19”

Per i cittadini candiolesi interessati a donare somme di denaro per finanziare l’acquisto di generi alimentari o per il finanziamento di buoni spesa da destinare ai nuclei familiari residenti nel Comune più esposti agli effetti economici derivanti dall’emergenza epidemiologica da virus COVID-19 o in stato di bisogno, potranno effettuare delle donazioni attraverso bonifico bancario al seguente conto corrente:

IBAN  IT 31 B 05696 01000 000070382X68

Intestato a

COMUNE DI CANDIOLO PRO EMERGENZA COVID-19

Servizio di Tesoreria Comunale – Banca di Sondrio – Agenzia di Candiolo

CANDIOLO: “Uova di Pasqua per i bambini candiolesi”

L’associazione Senza Confini di Candiolo ha deciso di “addolcire” la permanenza a casa dei più piccoli donando loro un uovo di Pasqua.
“A nome di tutta l’Amministrazione comunale vanno i ringraziamenti all’associazione” il commento dal Municipio.

L’amministrazione comunale

VINOVO: “Una casa da favola”

Nuovo appuntamento del “Un castello da favola” che presenta “Una casa da favola” con letture e laboratori per bambini e bambini direttamente a casa ed in qualsiasi momento della giornata. Ogni sabato dalle ore 11 sulla pagina Facebook della Biblioteca Civica si potrà trovare una nuova lettura ed un nuovo laboratorio da ascoltare e preparare in un qualsiasi momento. L’accesso sarà libero.

Per informazioni: biblioteca@comune.vinovo.to.it – FB Biblioteca Civica Vinovo

LIBERI PENSIERI DI UNA FARMACISTA RUSPANTE: “Mi presento, sono IO”


Ma io chi? Sono io, io che sto leggendo. Sono corpo e mente, sono il mio migliore amico, sono il mio passato, il mio presente e il mio futuro e sono quella persona con cui passerò il resto della vita. E che cosa faccio per salvaguardare al meglio questa relazione con IO?


Qui viene il bello: la maggior parte di noi da IO per scontato, tanto c’è sempre. Invece, come per le migliori relazioni, va salvaguardato con cura. E prenderci cura del nostro aspetto interiore (quello che non vediamo) è il miglior modo per garantire un buono stato di salute e di benessere interiore ed esteriore.


Qualche esempio pratico: attività fisica regolare, alimentazione corretta e intestino sano inducono il nostro organismo a mantenere il peso forma, il giusto tono muscolare e a garantire la corretta eliminazione delle tossine prodotte. 

Quanti di noi si identificano in questo profilo?
Scegliereste mai delle scarpe con cui non riuscite per nulla a camminare, fatte di un materiale di scarto, non della vostra misura e pure sporche?Credo di no.
Anche il nostro IO è responsabilità delle nostre scelte. Non abbiamo bisogno di tante cose per star bene, spesso è sufficiente mettere in pratica le SANE BUONE ABITUDINI, una alla volta. Il nostro IO ci saluterà ogni mattina con un sorriso ed un ringraziamento in più per la bella relazione che non solo non è più scontata, ma è diventata una relazione importante.

La sfida col proprio IO è lanciata, a ciascuno di noi la scelta di come condurla.

Una rubrica che nasce dal desiderio di far conoscere il farmacista come consulente della salute a 360 gradi e non solo come preparatore e dispensatore di medicine e scatolette.

A cura della Dott.ssa Silvia Boggiato

Farmacista

PIOBESI: “La spesa sospesa”

E’ partita nel Comune di Piobesi l’iniziativa “Spesa sospesa”, di fronte agli esercizi commerciali del territorio, aperti al pubblico, sarà disponibile un carrello:

SE PUOI LASCIA, SE NON PUOI PRENDI
Per aiutare le famiglie in difficoltà:

– Fai la tua spesa e lascia i generi alimentari a lunga conservazione negli appositi contenitori che troverai nei punti vendita aderenti
– I prodotti verranno raccolti a fine giornata dalla Pro Loco locale e consegnati alla Caritas Parrocchiale per la distribuzione.

“Si ringraziano i Supermercati Bascom per il supporto tecnico e grafico, tutti i commercianti che hanno aderito all’iniziativa, la Pro Loco, la Caritas Parrocchiale, e tutta la popolazione che vorrà e potrà contribuire” il messaggio del Comune.

PsiCHIcoline: “Come stiamo?”

“Una vita sociale sana si trova soltanto,

quando nello specchio di ogni anima la comunità intera trova il suo riflesso,

e quando nella comunità intera le virtù di ognuno vivono.”

“Ciò che non giova all’alveare, non giova neppure all’ape.”

“L’uomo è per natura un animale destinato a vivere in comunità.”

Rudolf Steiner

Scrivere un articolo ai tempi del Covid-19 non è facile. Avrete letto molte informazioni, a volte chiare, a volte contraddittorie: dati, numeri, statistiche, dietro i quali vi sono però vite, storie, famiglie. Vi è inoltre una difficoltà che riguarda anche un altro aspetto, mai come in questo momento ciò che sta accadendo riguarda tutti noi, nessuno escluso.

E allora parto da qui: Come state? Come stiamo? Riuscite a vedere il bicchiere mezzo pieno o lo vedete mezzo vuoto? Disastro o opportunità? Abbattimento o speranza?

Parto da una riflessione personale: tempo fa condivisi un post su un social in cui c’era la famosa frase “andrà tutto bene” il quel periodo pensai fosse l’iniziativa di una mamma che voleva trasmettere un messaggio positivo e al contempo occupare il tempo dei figli. Allora mi sembrò una bella idea, oggi troviamo questa frase scritta, con un bel arcobaleno, in teli bianchi appesi a tanti balconi. Ma più osservo questa scritta, più passa il tempo e meno mi piace. E non perché non sia una bella frase, ma perché in quel “andrà tutto bene” c’è una speranza che molte persone non possono più condividere; quelle parole non gli appartengono più. E alle persone, alle famiglie, che non è andata bene, vorrei potessero sentirci vicini, compresi. Certo si dirà, la speranza è importante, e questo è profondamente vero, ma è altrettanto importante avere la consapevolezza che stare dentro e accanto al dolore e attraversarlo è una condizione umana che non possiamo pensare accada solo agli altri, e questo sembra essere il messaggio più duro che questo virus ci sta dando.

La paura, l’ansia e il panico, accompagnano il trascorre delle giornate. Alcuni hanno fatto scelte difficili, dolorose, chi tempo fa e chi oggi, distanziando i propri cari più a rischio di salute, quelli lontani, quelli nelle case di riposo, nei reparti ospedalieri, ecc… e non li hanno più visti. Non sono più riusciti a dare loro un abbraccio, un saluto. Un dolore che durerà per sempre. Un dolore nel dolore.  Le normative chieste ci hanno imposto di modificare le nostre abitudini basilari, strette di mano, abbracci, frequentazioni, vita sociale, distanziandoci e guardandoci con sospetto, come solo il clima di terrore e panico sa invocare. La preoccupazione per il domani, per il lavoro, per una crisi economica generale, inizia a prendere lo spazio nella mente delle persone che trascorrono insonni molte notti.

Chi ha potuto, ha lavorato da casa, i bambini e ragazzi all’inizio felici di questa inattesa vacanza , hanno iniziato, ad avvertire la noia, la difficoltà a gestire e riempire il tempo, apprezzando e rivalutando quei momenti di socialità e impegni scanditi da una quotidianità che quando la vivi, ti sembra insopportabile, ma quando ti manca ne invochi il ritorno. E poi con il trascorrere delle settimane, gli studenti hanno ripreso un po’ di pseudo normalità con il ripristino di una scuola online, che colta impreparata da questa situazione sta provando, pur con mille difficoltà, ad aiutare a distanza i propri alunni. Genitori stanchi, soli, senza il sostegno dei nonni tenuti a distanza per proteggerli, con la fatica di gestire l’argento vivo insito nella gioventù, che non vuole farsi “chiudere” anche se per il loro bene, diventa una guerra costante; così come al contrario temere le ripercussioni di un isolamento sociale che per molti ragazzi sta diventando normale, persi nella loro bolla virtuale, rinunciano anche solo a prendere una boccata d’aria per accompagnare il cane.

Prendo a prestito la parola di una mia paziente (che ringrazio per avermi autorizzato) che mi disse di sentirsi “alienata” in questa situazione, e se ne ricerco l’etimologia la trovo una definizione puntuale:

Cit: “Nel linguaggio filosofico si intende reso estraneo, ridotto a cosa o natura, senza libertà.

Montesquieu diceva che: “La libertà è quel bene che ti fa godere di ogni altro bene.”

 E questo è e il bicchiere mezzo vuoto.

E a tutti noi, la mancanza di libertà ci sta costando?  Quanto? Come stiamo reagendo?

Molti avranno reagito cercando di trovare “degli aspetti positivi” anche nella situazione estrema: passare più tempo in famiglia, rallentare i ritmi ecc. Passare accanto ai cortili condominiali che ormai non hanno più la loro funzione socializzante e vedere papà che giocano a pallone con i loro figli è un’immagine così forte e suggestiva da farmi commuovere. Il profumo del pane, delle torte ,delle pizze che inondano le nostre case, fa sussultare il cuore, ci fa tornare indietro nel tempo. Nonni o genitori che imparano a fare le videochiamate ci aiuta, almeno un po’, a sopportare la loro mancanza. Generazioni nuove e vecchie accomunate dalla tecnologia; si è distanti ma ci sentiamo anche vicini.

 E questo è il bicchiere mezzo pieno.

E poi c’è un bicchiere speciale che definirei colmo: di bontà, di gratitudine,  di senso del dovere,  di passione, di sacrificio, di altruismo, ed è colmo delle tante persone che hanno dovuto garantire i servizi, esponendosi in prima persona ed esponendo i loro familiari al contagio. A voi/noi tutta la solidarietà e il nostro grazie. Grazie anche a coloro che se pur con la difficoltà delle restrizioni,  hanno facilitato e reso possibile il compito di aiutarvi e sostenervi. Alle professioni sanitarie in primis, ma anche a tutti quelli che hanno continuato a lavorare per andare avanti: negozianti, tecnici, operai, addetti alle pulizie, trasportatori, autisti impiegati, magazzinieri, forze dell’ordine, tantissimi volontari, ecc… tanti, tanti davvero.  Un grazie di cuore, perché ci avete fatto sentire parte di un tutto, di una comunità, di un paese, di una nazione, di una umanità. 

Affido il mio abbraccio scritto, a tutti voi e ai vostri cari, alle bellissime e profonde parole di Mahatma Gandhi:

“La conclusione logica del sacrificio di sé è che l’individuo si sacrifica per la comunità, la comunità si sacrifica per il distretto, il distretto per la provincia, la provincia per la nazione e la nazione per il mondo. Una goccia strappata dall’oceano perisce inutilmente. Se rimane parte dell’oceano, ne condivide la gloria di sorreggere una flotta di poderose navi.”

PsiCHIcoline è una rubrica che nasce dal desiderio di avvicinare maggiormente le persone alle tematiche  psicologiche. Conoscere e conoscersi per considerare i problemi, le paure, le sofferenze come opportunità, spesso scomode e sgradite, di fermarci e guardarci dentro per trarre nuova forza, consapevolezza, speranza e fiducia.

A cura della Dott.ssa Monica Rupo

Psicologa – Psicoterapeuta

PIOBESI: “Sportello di consulenza psicologica”

A seguito dell’attuale situazione sanitaria di emergenza, a supporto dei cittadini piobesini, professionisti del settore, operanti anche sul territorio, si rendono disponibili per un supporto telefonico gratuito.
Il servizio è rivolto a tutti i piobesini che ritengano necessario ricevere questo aiuto in seguito alle problematiche connesse con il timore e le limitazioni legate al Coronavirus.
Si allega documento con le modalità di fruizione del servizio.

Per maggiori informazioni:
http://www.comune.piobesi.to.it/Home/Menu…

“L’altalena – Una poesia di Tiziana Calamera”

L’altalena


Scende la sera
il cuor mio spera
che non sia una chimera
l’inizio di questa primavera
la mia casa non è un tormento
ma un luogo di contenimento
in cui imparare il discernimento
per superare questo patimento
la finestra è l’apertura sul mondo
di questo panorama sordo
da salvare attraverso lo sguardo
che lo osserva nel suo profondo
la vita scorre appena
tra le spinte di un’altalena
che l’anima fa volar serena
lontana da questa quarantena

Tiziana Calamera 26 Mazo 2020

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