• +39 347.0049275
  • info@ilchisolino.it

Rubriche

SCRIVERE CANZONI: “Bohemian Rhapsody, la canzone perfetta”

Tristezza, profonda tristezza.

Sono uscito con questo sentimento dalla sala numero uno del cinema quando i titoli di coda che scorrevano sulle note di “Don’t stop me now” mi confermavano con assoluta certezza che il film era terminato. Ma chi poteva fermarlo quello? Per un fan dei “Queen” di vecchia data come me era inevitabile precipitarmi a visionare un film biografico sul proprio eroe, Freddie Mercury il cantante che mi ha dato una spinta a salire su un palco e divertirmi con il pubblico. Nonostante conoscessi le disavventure della band, le immagini e le note che si miscelavano nella sala, mi hanno indotto una sorta di ipnosi rapendomi per tutti i centotrentatre minuti di lungometraggio convogliando tutte le mie emozioni verso quel sentimento di cui accennavo in apertura.

Perché tristezza?Cerco di ricostruire l’iter che mi ha portato fin lì. Ascoltando il brano “Bohemian Rhapsody” mi sono chiesto, ma come si può scrivere una canzone perfetta? Non si scrive. Ce l’hai dentro, segregata in un cassettone dell’animo. È un accumulo di emozioni aggregate con lo stesso procedimento grazie al quale si formano i coralli, come il corallo delicato e forte allo stesso tempo. E queste emozioni sono categoricamente negative: paure, timori, incertezze creando un legame direttamente proporzionale con il suo prodotto artistico.
Quindi parlando del brano in questione ho recepito la relativa massa di emozioni che l’hanno creata portandomi a decidere che l’animo di Freddie Mercury era obbligatoriamente dotato di cassetti molto capienti per contenerle tutte.

Tristezza, profonda tristezza.

APPUNTI DI BUSINESS: “Next step, adotta una corretta ed equilibrata strategia di pricing”

E’ il segreto per non cadere nel pericolosissimo tunnel del “giusto rapporto qualità – prezzo”.

Buongiorno a tutti, oggi riprendiamo il discorso intrapreso nei meandri del Marketing Strategico, per poter compiere un ulteriore passo in avanti, volto a condividere alcuni dei segreti appresi nel nostro percorso professionale, nella speranza che possano rappresentare uno spunto di riflessione utile anche al futuro delle vostre attività.

Prima di entrare nel merito dell’argomento di oggi, un breve riassunto delle puntate precedenti, ordinate per priorità:

  • L’importanza del POSIZIONAMENTO

E’ il concetto chiave per ogni attività di successo. Nell’era moderna non è più sufficiente fornire un buon prodotto. Oggi la concorrenza è spietata ed il potenziale cliente ha una miriade di strumenti per informarsi circa quale sia il miglior fornitore a cui affidarsi. E’ fondamentale essere in grado di differenziarsi dai competitors per una caratteristica distintiva che ci rende inequivocabilmente la scelta migliore per un determinato target di potenziali clienti. Ecco, questo è il POSIZIONAMENTO.

  • La necessità di avere un corretto piano di COMUNICAZIONE

Una volta individuato il nostro ELEMENTO DIFFERENZIANTE, ovviamente non deve rimanere un “segreto”. E’ necessario pertanto individuare un piano di comunicazione mirato che ci permetta di farlo sapere in maniera organica e strutturata. Ma dobbiamo farlo sapere a TUTTI? No, non necessariamente… Dobbiamo farlo sapere a tutti i potenziali clienti “a target”, coerentemente con il concetto di POSIZIONAMENTO di cui sopra.

  • La strategicità di individuare la giusta FOCALIZZAZIONE

L’epoca del “a più persone posso vendere, più soldi posso fare” è finita. Morta. Defunta da tempo. Ora è necessario FOCALIZZARSI solo sui potenziali clienti per cui la mia attività è in grado di rispondere alle esigenze meglio degli altri. Il ragionamento di base è il seguente: la concorrenza, avendo obiettivi più ampi e generali, serve una base di clientela decisamente più estesa, con mille diverse specificità. Ed è impossibile soddisfarle tutte. C’è dunque spazio per un’impresa che decida di concentrarsi su di una singola nicchia.

Ora, dopo aver ripercorso in estrema sintesi quanto condiviso nei precedenti articoli, approfondiamo il cosiddetto “Next step”: integrare nella tua strategia di vendita un giusto modo di costruire il PREZZO del tuo prodotto o servizio, che non ha assolutamente a che fare con “il giusto rapporto qualità – prezzo”, una strategia che hai sempre sentito usare come se fosse “oro colato”, invece non farà altro che infilarti dritto dritto nella battaglia del prezzo con la concorrenza che, immancabilmente, ti spremerà fino a dissanguarti.

Chi sta ancora combattendo oggi la guerra del prezzo, rischia seriamente di restare impantanato in sabbie mobili che possono diventare devastanti. Sempre più spesso sento imprenditori che dicono: Oggi tocca lavorare il doppio di prima, guadagnando sempre meno”. Decidere una corretta strategia sul prezzo è davvero fondamentale; una scelta sbagliata potrebbe davvero far cadere tutto quello che di buono potresti aver costruito seguendo i primi 3 passi. Un errore in questa fase potrebbe vanificare dati di vendita indubbiamente interessanti. Quando le vendite aumentano, infatti, tutti esultano, tutti si crogiolano nel loro successo, dandosi sonore pacche sulle spalle. Peccato vendere di più, non è detto che faccia guadagnare di più, anzi.

Perché?  Spesso si sceglie il prezzo del prodotto senza pensarci, adottando la strategia più vecchia e più fallimentare del mondo.

Ora ipotizziamo che tu debba lanciare un nuovo prodotto, da dove partiresti nello scegliere il prezzo? Che ragionamento faresti?

Ovviamente non voglio essere presuntuoso pensando di entrare nella mente di ognuno di voi ma, in linea generale, credo di non andare troppo lontano nell’affermare che almeno la maggior parte di voi opererebbe come segue.

Per prima cosa valuteresti quanto tu stesso paghi per il prodotto in sé, che sia di produzione propria o per il fatto di acquistarlo da qualcun altro. Ipotizzandolo ad un costo di 40€ andresti successivamente a vedere tutti gli altri a quanto vendono lo stesso prodotto. A questo punto potresti scegliere di seguire due strade:

A – Mettere il prezzo più basso possibile in modo da essere preferito rispetto a tutti gli altri in quanto “il più economico”. Se gli altri venderanno a 70€ tu ti posizionerai a 60€.

B –  Ti posizioni nel mezzo tra chi lo vende al prezzo più basso e chi lo vende a quello più alto; magari aggiungerai anche qualcosina in più per quanto riguarda la qualità del prodotto uscendone fuori con lo slogan “il miglior rapporto qualità prezzo”. Se tra 60€ e 100€, tu ti piazzerai a 80€, proprio di mezzo. Peccato che questa strategia funzioni solo se l’unico ad attuarla, ma non è così. Tutti seguiranno la stessa strategia ed in men che non si dica ti ritroverai stritolato dalla concorrenza dei prezzi.

Quindi, come devi approcciarti al mercato per individuare una corretta strategia di prezzo?

L’argomento è ancora piuttosto articolato, ma non complicato. Ho deciso, pertanto, di rimandare la risposta alla prossima puntata. Ma come ben sapete, mi piace lasciarvi con un “compito per casa”, in modo da stimolarvi a riflettere pro attivamente sul vostro Business.

Iniziate a pensare quali possano esser i fattori del tuo prodotto o servizio in grado di offrire un’esperienza unica ai clienti e che facciano passare in secondo piano il fattore “prezzo”.

Approfondiremo nel prossimo articolo. Buon business a tutti!

Una rubrica dedicata a temi legati a Business e PMI per spiegare in maniera semplice e fruibile come far sopravvivere una piccola o media impresa nella giungla del Business.

A cura di Andrea Bordignon

Customer Experience Manager

PsiCHIcoline: “Oggi come ieri, tradizione e condivisione”

“O sangue mio come i mari d’estate! 

La forza annoda tutte le radici: sotto la terrasta, nascosta e immensa.” 

Gabriele D’Annunzio

Quest’anno per cimento, ho deciso di prendermi un po’ di tempo e dedicarmi a quelle antiche usanze del mettere via le conserve, marmellate e antipasti che mi riportano alle mani sapienti e soprattutto pazienti di molte mamme, zie e nonne. Ed è tra una marmellata ed una giardiniera piemontese in piena “fusion” tra usanze del nord e usanze del sud, che ho focalizzato le riflessioni che desidero condividere. Mentre preparavo questi antipasti ad un certo punto, più che la contentezza, ho iniziato ad avvertire la stanchezza ed il desiderio di finire più in fretta possibile questa “incombenza”, solo dopo ho realizzato che in fondo ero sola, mi mancava la  condivisione, il prepararle insieme ad altri. Anni fa girai un piccolo filmato in una giornata di metà agosto in vacanza al mare, in cui riprendevo le mie zie intorno ad un tavolo pieno di melanzane, aceto, verdure, olio, barattoli. Le zie erano operose: chi tagliava le verdure, chi le scottava, chi le metteva nei barattoli e chi le rinvasava d’olio. Una piccola comunità operosa che a turno lavorava prima per se e poi per le altre. Certo la collaborazione non sempre era perfetta, il lavoro in corso d’opera poteva essere criticato: “Taglia di più, riempi meno i barattoli, attenta che così non vengono bene, ecc…” creando a volte malumori e in qualche caso anche litigi. Intorno al tavolo non mancavano mai le chiacchiere, i racconti, spesso anche i pettegolezzi, in una netta distinzione di generi e ruoli: alle donne era affidata la tradizione dei barattoli piccoli, agli uomini la capacità antica nell’accendere il fuoco per la legna, da porre sotto i grandi pentoloni delle salse oltre al maneggiamento della macchina dello spremi pomodoro. In quel caso di fronte alle famigerate “bottiglie di pomodoro”, tutti i membri della famiglia venivano chiamati a dare il loro contributo. I bambini, lavavano i pomodori o mettevano la foglia di basilico nelle bottiglie. Nel primo caso, i polpastrelli diventavano così rugosi da sfidare le mani di un centenario; all’inizio contenti di collaborare e stare con gli adulti poi sempre meno contenti perché il lavoro di meno prestigio dopo un po’ era noioso e sottraeva tempo al gioco. Con gli anni, i giorni della salsa diventavano più che un divertimento una vera e propria minaccia: “Domani niente mare, dobbiamo fare i pomodori!”. Sono trascorsi gli anni e la fatica di reperire la materia prima direttamente nei campi, la frustrazione di alcune annate in cui le bottiglie esplodevano, facendo diventare le cantine dei campi di guerra (ricordo ancora l’odore acido della salsa sparsa), il trasporto costoso o sempre più impegnativo ha fatto sì che molte persone non hanno più continuato questa tradizione. Al supermercato si reperiscono i prodotti con più facilità e forse anche ad un costo minore. Ma in fondo penso che ciò che rendevano speciali e uniche quelle conserve, quei sottaceti, quei pomodori fossero le relazioni di chi le faceva. C’era la trasmissione di saperi, gesti antichi, gesti pazienti, che scandivano i tempi giusti: quelli della maturazione dei frutti, degli ortaggi. C’era anche il senso del domani, un mettere in dispensa per l’inverno, c’era inoltre una pensare in condivisione: antipasti e sughi da cucinare o proporre in pranzi, cene, feste, un modo per ritrovarsi insieme. I prodotti dell’estate condivisi in famiglia che riscaldavano ancora il cuore oltre che deliziare il palato. Molte di queste tradizioni vanno scomparendo, è difficile avere il tempo di fermarsi per dedicarsi oggi a ciò che può servire domani; siamo sempre di corsa, in affanno presi da mille impegni; la salsa, l’ultimo dei pensieri. Nello stesso tempo in questi giorni di settembre nei supermercati abbondano barattoli vuoti da riempire, segno che ci sono ancora mani operose e volenterose che ostinatamente e in controtendenza conservano i prodotti. E poi ci sono loro i giovani, giovanissimi sempre più attaccati e affezionati ai nonni, che apprezzano spesso molto più dei figli (il salto generazionale evidentemente incide, forse non avendo avuto tempo di “odiare” da giovani queste usanze) che ringraziano e non vedono l’ora di gustare i manicaretti che i nonni preparano e che sembrano uscire dalla macchina del tempo. Spesso li immaginiamo capaci di apprezzare solo cibi spazzatura, panini, hamburger, ma non date per scontato che chiedendogli di scegliere tra questi ultimi e un piatto che attinge alle tradizioni famigliari sceglierebbero i primi! Come fruitori, sono degli ottimi buongustai, e allo stesso tempo gratificano l’esperienza, la pazienza e tutto l’amore che viene offerto loro come un dono sempre più raro e prezioso. Non dovremmo temere di coinvolgerli anche nella preparazione perché forse possiamo sembrare un po’ “vintage” ma alla fine lo stare insieme per parlare e raccontarsi forse anche attorno ad un tavolo tra un peperone e una melanzana rimane una ricchezza, un bene prezioso che può valere molto di più di quello che pensiamo. Certo non possiamo metterci al pari della tecnologia e non dobbiamo perché il mondo va avanti, però possiamo non dimenticare da dove arriviamo e cosa può renderci felici oggi come ieri.

PsiCHIcoline è una rubrica che nasce dal desiderio di avvicinare maggiormente le persone alle tematiche  psicologiche. Conoscere e conoscersi per considerare i problemi, le paure, le sofferenze come opportunità, spesso scomode e sgradite, di fermarci e guardarci dentro per trarre nuova forza, consapevolezza, speranza e fiducia.

A cura della Dott.ssa Monica Rupo

Psicologa – Psicoterapeuta

Cara Madre Terra: “La plastica, un materiale fotogenico”

Una difficile missione, se non quella di fermare il degrado della Terra cercando in tutti i modi di garantire un futuro migliore al prossimo. Tutto dipenderà dalle nostre scelte, ed in questa rubrica cercheremo di sensibilizzarci verso un Mondo più pulito ed in simbiosi con la natura.

A cura di Roberta Monagheddu

Bentornati, qual buon vento vi porta a rileggere la mia rubrica? Personalmente, il vento che mi ha portato a scrivere è stato quello del Sud, ed in seguito capirete il perché. Spero che dopo qualche giorno di pausa estiva siate riposati e che le vostre menti siano un po’ più fresche e determinate a riprendere la quotidianità. Dopo l’ultimo articolo, particolarmente impegnativo sia da scrivere che da leggere immagino, quest’oggi vi propongo in leggerezza alcune mie personali considerazioni. In questi giorni sono proprio contenta. Tutto è iniziato quando ho sentito una cosiddetta “Influencer” Instagram di usi e costumi parlare di inquinamento ambientale dato dalle plastiche, e dei provvedimenti che piano piano si stanno prendendo per arginarlo. Non capita spesso che un personaggio pubblico utilizzi la sua fama e le migliaia di visualizzazioni per diffondere quotidianamente messaggi utili, tra un advertising (pubblicità) e l’altro, semplicemente perché non è redditizio (ma non intendo generalizzare). Ho anche notato che ultimamente molti giornali, riviste e radio stanno dando voce a questo argomento: che la difesa dell’ambiente stia diventando una moda? Non è per moda che si dovrebbe difendere il pianeta, ma se questa può essere un veicolante, ben venga! Chi ha colto l’emergenza della questione ambientale cerca a questo punto di non ritorno di ingegnarsi nei modi più disparati per sensibilizzare l’opinione pubblica: scrivendo articoli, aprendo blog, cercando di cavalcare l’onda dei social e di rendere accattivanti i contenuti e molto altro. L’inquinamento causato dalla plastica è forse usato come cavallo di battaglia perché è visivamente molto di impatto. Come ho accennato inizialmente, sono stata in vacanza al Sud, precisamente a Napoli. Facendo la turista, passeggiavo, godendo del Sole, della brezza, della vista del mare, finché sono arrivata a Castel dell’Ovo, e mi sono avventurata alla scoperta di ogni suo segreto.

Ohibò, un cartello all’ingresso citava: “ONE PLANET, ONE FUTURE: la mostra temporanea di Anne De Carbuccia”.

Curiosa, sono entrata e tantissime bellissime fotografie con annessa didascalia spiegavano in termini semplici ma forti come le plastiche stiano rovinando gli ecosistemi, com’è il mondo con le plastiche e come potrebbe esserlo senza. Dal sito potrete guardarle tutte scorrendo fino alla sezione “Opere d’Arte”, se volete, e partecipare alle iniziative: www.oneplanetonefuture.org

“Anne richiama l’attenzione sulla crisi ambientale e climatica che stiamo vivendo e promuove il cambiamento a favore di stili di vita più sostenibili per il nostro futuro.”

Molti erano veramente attenti, e un po’ mi sono stupita perché penso spesso che alla gente importi poco di questi temi! Ma è anche vero che molti guardavano le opere ammirando la bravura dell’artista ma non approfondendo il significato, tanti purtroppo non entravano nemmeno. E’ una lunga strada per la sensibilizzazione mentre invece il tempo che abbiamo è breve. Colgo l’occasione per ringraziare Anne per il gran lavoro che sta facendo.

Dopo l’awareness (la consapevolezza), bisogna passare all’action. Anche in questo caso ci sono numerosi progetti in atto. Per esempio, ancora su Instagram ho trovato ragazzi volenterosi (posso citare @plastic_pollutionsolution per fare un esempio) che documentano le loro operazioni di pulizia delle spiagge e delle strade mentre si recano a scuola o al lavoro o in palestra; c’è chi raccoglie gli oggetti portati dalle maree, alcuni vengono smaltiti, altri sterilizzati, riqualificati e dati in beneficenza (come ad esempio palette e secchielli per bambini); organizzazioni più grosse lavorano le plastiche raccolte e producono oggetti da rivendere, con cui finanziano i loro progetti.

E’ molto difficile informarsi, ma soprattutto è difficile dare il buon esempio. Proviamoci, potrebbe essere più facile di quanto non si immagini, riducendo l’uso della plastica ed evitando di abbandonarla in giro.

Visitando la Reggia di Caserta, spettacolo meraviglioso delle ninfe in un laghetto. In mezzo vi svettava una bottiglietta di plastica. Fine.

APPUNTI DI BUSINESS: “Scegliere il giusto target di clientela”

Una rubrica dedicata a temi legati a Business e PMI per spiegare in maniera semplice e fruibile come far sopravvivere una piccola o media impresa nella giungla del Business.

A cura di Andrea Bordignon

Customer Experience Manager

Buongiorno ragazzi e bentornati nella nostra rubrica “Appunti di Business”.

Per iniziare sono d’obbligo le scuse per la “latitanza” delle ultime settimane ma fortunatamente, “il Business chiama” e gli impegni sono davvero tanti. Ma ora siamo qui e cerchiamo di entrare nel vivo della questione odierna. Avevamo affrontato negli articoli precedenti il posizionamento, per poi aprire un capitolo relativo alla comunicazione. Ora è giunto il momento di fare un altro passo in avanti, concentrandoci sulla selezione del giusto target di clienti. Iniziamo subito dicendo che se sei ancora nella condizione nella quale pensi cose come: “Il nostro prodotto va bene per TUTTI!!!!”. Molto probabilmente non hai lavorato sufficientemente sul punto numero uno, cioè non hai scelto realmente un posizionamento efficace. Lo so, lo ridirò per la millesima volta ma va bene così, perché so che stiamo parlando di un concetto contro-intuitivo. Scegliere di focalizzarsi sembra che ci faccia perdere opportunità e che “a più persone posso vendere, più soldi posso fare”. Ma in realtà ti garantisco che non è così. Soprattutto nell’ambito delle piccole e medie imprese è stato ampiamente dimostrato che privandosi della giusta focalizzazione non si possano ottenere risultati di qualche pregio. Supponiamo tu debba aprire un ristorante o, meglio ancora, un lounge-bar che oggi viene considerato al passo con i tempi. Quale sarà l’ingrediente fondamentale per far diventare in poco tempo il tuo locale un punto di riferimento per la tua zona nel momento dell’aperitivo?

  • Una zona di passaggio?
  • Un menù ampio?
  • Prezzi ragionevoli?
  • Cibo di qualità?

Io direi nessuna di quelle sopra.

Attenzione, non sto dicendo che non siano importanti e che se segui i miei consigli potrai dare da mangiare e bere qualsiasi cosa ai tuoi clienti, in qualsiasi “bettola”. Ma quello di cui avresti più bisogno in assoluto è una folla di gente che sia affamata. Quindi vorrai raggiungere prevalentemente il target di persone che va dai 18 ai 35 anni che vive nella zona in cui hai aperto il tuo locale e soprattutto vorrai raggiungerle (in particolare se fai marketing online o con strumenti offline modulabili per orario come ad esempio la radio locale) nei momenti della giornata nei quali è più probabile siano assalite dalla fame.

Ecco…Qualunque attività tu faccia, in qualunque settore tu lavori e qualunque tipo di prodotto tu venda, devi trovare l’equivalente della tua folla di giovani affamati e fare marketing solo a loro e con la massima efficacia.

LIBERI PENSIERI DI UNA FARMACISTA RUSPANTE: “Voglio un solare protezione ZERO perché questa estate non vado al mare”

Una rubrica che nasce dal desiderio di far conoscere il farmacista come consulente della salute a 360 gradi e non solo come preparatore e dispensatore di medicine e scatolette.

A cura della Dott.ssa Silvia Boggiato

Farmacista

Ecco la richiesta di una cliente la scorsa settimana. Alla quale abbiamo professionalmente risposto: “Esporsi al sole senza protezione solare non è mai una buona Idea”.

L’80% dei raggi ultravioletti del sole riesce a passare attraverso le nuvole e i raggi arrivano comunque alla nostra pelle superando ombrellone ed indumenti. In poche parole, i raggi solari arrivano comunque e ovunque, quindi ATTENZIONE.

La protezione va usata tutti i giorni e in ogni luogo, non solo al mare sul lettino sotto il sole!

Attenzione particolare alle zone più esposte e sensibili, come viso, labbra, orecchie, spalle, mani e braccia.

I raggi ultravioletti sono i responsabili per il 90% dell’invecchiamento precoce della pelle, delle rughe e nei casi più gravi dei tumori della cute.

Anche chi ha la pelle scura e si abbronza facilmente deve proteggersi, in particolar modo nei primi giorni di esposizione, più a rischio di eritemi e scottature.

Comunque, anche una volta preso colore, la crema protettiva non deve mancare mai. Il sole colpisce sempre. In spiaggia sotto l’ombrellone così come in città, perfino in una giornata nuvolosa. E’ bene mettere al riparo la pelle con i fattori di protezione delle creme ed una maglietta, indossando sempre gli occhiali da sole.

Nelle ore più calde, dalle 12.00 alle 16.00, sarebbe comunque opportuno non esporsi direttamente.

Buon sole protetto a Tutti.

SCRIVERE CANZONI: “Prima il testo o la musica? Esiste una regola da seguire?”

Una rubrica che vi farà percorrere uno straordinario cammino all’interno del mondo della scrittura creativa musicale.

A cura di Giuseppe Varrone

Autore, cantautore ed organizzatore del workshop “Posso scrivere la mia canzone”

Prima il testo o la musica?

Per quanto mi riguarda ho sempre dato la precedenza al testo, la musica è arrivata dopo ad avvolgere le parole sia nel caso in cui la scrivessi io, Massi o addirittura insieme.

Esiste una regola da seguire?

Per quel che mi riguarda non esiste un metodo da seguire per scrivere una canzone. Credo solamente nell’ispirazione e quella, fortunatamente, non la comandi, se arriva il testo lo scrivi, anzi io preferisco definire questa magia come traduzione. Vale lo stesso per la parte musicale, se hai la fortuna di trovarla nascosta dentro ad una chitarra o a qualsiasi altro strumento musicale.

Cosa si intende per traduzione?

La musica non si inventa ma è un entità esistente, il musicista ha solo la fortuna di sentirla prima degli altri traducendola in modo che diventi ascoltabile per tutti. Lo stesso vale per tutte le arti, disegno, scultura, insomma tutto. Anche se un mio pensiero particolare non voglio prendermi meriti che appartengono ad altri, già Plotino in antichità lo esponeva, cosa che mi ha sempre colpito moltissimo.

Scrivere un testo buono, e poi non riuscire ad abbinarlo ad una musica che soddisfi, o viceversa, come ci si comporta?

Devo dire che non tutti si fanno questa domanda, tante volte ascolto delle canzoni che viaggiano su due binari non paralleli, talvolta un buon testo accompagnato da una musica mediocre o, peggio, scarsa. Oppure mi capita di sentire delle bellissime melodie ma legate a testi troppo semplici o insignificanti. Ed è un vero peccato. Non parliamo dei casi in cui il testo scarso viaggia su di una musica mediocre.

Per rispondere a questa domanda, personalmente, quando ho un buon testo ma non riesco a tirarne fuori una canzone con una musica adeguata, lavoro con il mio coautore e so che qualcosa di soddisfacente uscirà.

Sono rari i casi in cui riesco a scrivere testo e musica di getto che anche dopo l’ennesimo ascolto continua a piacermi come se fosse la prima volta.

Ogni testo è musicabile?

Il mio pensiero è che ogni testo ha la sua musica nascosta da qualche parte, basta non avere fretta e tutte le melodie verranno vestite a pennello con il proprio. Come dicevo, ho sempre dato la precedenza alla scrittura del testo, invece una volta Massi aveva una musica molto particolare che inizialmente non mi suggeriva alcun testo. Doveva essere un brano aggiunto per riuscire ad arrivare ai dieci brani del primo disco. Per farla breve a forza di ascoltare la melodia, il testo è nato per ispirazione. Quel brano è diventato la title track del disco, “Labirinti Mentali” che utilizziamo in chiusura di tutti i concerti.

SCRIVERE PERCHE’: “Punteggiatura e sentimenti”

Perché una rubrica? Perché una rubrica con dentro contenuti di uno scrittore attore? Semplicemente perché l’arte non è solo apparire ma è anche lavorare con se stessi per approdare a risultati di cui tutti possono fruire. Leggere… leggete… troverete un mondo dentro gli spazi bianchi fra le righe nere.

A cura di Graziano Di Benedetto

Scrittore – Attore

La punteggiatura ha un ruolo fondamentale nella struttura di ogni testo scritto, sia esso una semplice frase, un romanzo o altro ancora. La punteggiatura è quello strumento che detta i tempi di una narrazione. La lettura può essere facilitata o resa difficoltosa da una punteggiatura poco consona. Questa mia prefazione però non deve impedire, agli aspiranti scrittori, di usare la punteggiatura come strumento di grande utilità. Vi sono regole precise da seguire, ma quelle si possono tranquillamente leggere in ogni manuale di grammatica.

La punteggiatura è dal mio punto di vista, come un batterista che detta il tempo, scandisce addirittura i respiri dei personaggi. Spesso nei miei romanzi, la punteggiatura è stata oggetto di grandi dibattiti, soprattutto in sede di presentazione del testo al pubblico. Personalmente adoro e ripeto adoro, comporre frasi lunghissime che tolgono fiato al lettore, che rimane incollato alle parole senza battere ciglio alcuno. Poi rallento… rallento… usando spesso i tre puntini di sospensione… che possono anche infastidire… ma, danno spazio al pensiero, danno fiato alle emozioni, tema predominante dei miei romanzi. La libertà quasi regolamentata… nella punteggiatura è quella che amo.  Si deve dare spazio alla libertà. Giochiamo con i punti e virgola, scriviamo le frasi come se parlassimo con noi stessi, questo specialmente dove è presente un io onnisciente.  Lasciamo respirare le frasi per poi soffocarle come un bacio di due innamorati, spogliamoci, anche in questo caso, di paure e antiche credenze. Le frasi possono cambiare radicalmente di senso e di ritmo se usiamo la punteggiatura come dettano i nostri sentimenti:

  • Marco, aveva intravisto Tecla, attraverso le fronde di un salice piangente. Si piangente, come il suo cuore, in quel preciso momento….

 

  • Marco aveva intravisto Tecla attraverso le fronde di un salice piangente… si piangente come il suo cuore in quel preciso momento.”

Stessa frase, ritmo diverso, emozione diversa.

Divertiamoci ed emozioniamoci, solo cosi potremmo emozionare…

PsiCHIcoline: “La professionalità, quando il lavoro non è improvvisazione “

Una rubrica che nasce dal desiderio di avvicinare maggiormente le persone alle tematiche  psicologiche. Conoscere e conoscersi per considerare i problemi, le paure, le sofferenze come opportunità, spesso scomode e sgradite, di fermarci e guardarci dentro per trarre nuova forza, consapevolezza, speranza e fiducia.

A cura della Dott.ssa Monica Rupo

Psicologa – Psicoterapeuta

Scena 1. Girando tra le corsie di un supermercato, la mia attenzione è rivolta ad una signora che con in mano il suo biglietto numerato, attende il suo momento per essere servita in un banco del pesce. Si guarda attorno, forse pensando che questa volta farà presto perché è l’unica cliente in attesa di essere servita. Continuo la mia spesa, ma con la coda dell’occhio seguo la scena, per vedere se ciò che era già accaduto a me, settimane prima, fosse stato un caso o una modalità di vendita non attenta e poco professionale. Trascorre un bel po’ di tempo e la signora è ancora lì, ha lo sguardo dubbioso, interrogativo, la signora che dovrebbe servirla continua tutta affaccendata a lavorare nei suoi scaffali, toglie il pesce, lo sposta, lo etichetta, toglie il ghiaccio da terra… e la signora sempre lì, speranzosa, probabilmente con l’umore che sta iniziano a cambiare e il solito dilemma: resto o vado via? Mi ha vista o non mi ha vista?

Scena 2.  La giornata sarà lunga e decido di prendermi un caffè, entro in un bar, il barista dietro il bancone mi vede entrare ma con uno sguardo perso in chissà quale galassia gira il volto da un’altra parte facendomi sentire trasparente. Pazienza, decido che sarò io ad accogliere lui e non viceversa, per cui esordisco con un “Buongiorno” scandito chiaro, ma niente,  l’attenzione del barman vaga da un punto all’altro del bar, vedo i suoi pensieri racchiusi in bolle. Al terzo buongiorno ottengo finalmente il buongiorno di ritorno e poi… silenzio, lo sguardo del ragazzo cade finalmente su di me, ma lo sguardo rimane fisso: se fossi una persona insicura, mi cadrebbero tutte le certezze: “Devo avere sbagliato locale, ho il rossetto sbavato, che succede?” Rimango ferma in attesa, voglio dare una possibilità a questo giovane smarrito, ma niente, alla fine cedo e ordino io un caffè.

Scena 3. Entro in un negozio di alimentari e sento una commessa che dopo avermi salutata con un cenno del capo, continua a parlare al telefono con suo marito o forse ex marito, discutendo sull’organizzazione dei figli, accuse, i toni si accendono… “Scusi il disturbo” penso tra me e me, forse è meglio che ritorni, ma rimango lì, del resto sono abituata a gestire la privacy.

Scena 4. In un reparto di ospedale, una inserviente si intrattiene qualche secondo a parlare con una paziente per una  richiesta di un’informazione da parte di questa ultima. Appena mette piede fuori dalla stanza arriva con piglio deciso il suo responsabile che noncurante di tutte le persone attorno la “asfalta” rimproverandola sui tempi della gestione del suo lavoro.

Scena 5. Gruppo di colleghe di un ambulatorio, iniziano a parlare delle ingiustizie e cattiverie del loro datore di lavoro, pettegolezzi su altri colleghi, racconti poco idilliaci sul dietro e davanti alle quinte, retroscena di ordinaria disorganizzazione. Il tutto condito su aneddoti di clienti/pazienti irrispettosi, maleducati, con un linguaggio decisamente colorito. Gli sguardi si spostano ogni tanto sul mio, come se ogni tanto un barlume di riservatezza riaffiorasse, salvo scomparire immediatamente nella animosità e perseveranza delle proprie rivendicazioni. Una di loro mi punta e capisco che cerca una sorta di solidarietà sulla parola, e mi vedo fare un cenno di assenso con la testa, ma in realtà sto pensando che non ho poi tutta questa voglia di ascoltare, fuori dal mio lavoro, i problemi e le rabbie altrui e soprattutto non lo trovo corretto.

Questi racconti hanno tutti un denominatore in comune, la mancanza di professionalità che ritrovo sempre più spesso in molti ambiti lavorativi. Le questioni personali poste in primo piano scalzano spesso l’ABC di ogni rapporto venditore/cliente, servizi/utenza, ecc. Stiamo attraversando un momento storico, di crisi, incertezze lavorative, precariato e non mi addentro su analisi sociologiche e politiche di cui non ho competenze. Spesso però mi interrogo su quanto siamo disposti a metterci in discussione su aspetti riguardanti il lavoro che non si riferiscono solo a fattori esterni, di cui sopra, ma anche a fattori interni. Negozi e attività che aprono e che chiudono dopo poco tempo sono sempre di più, altri che resistono nonostante le difficoltà e la concorrenza. Il mondo del lavoro è sicuramente cambiato rispetto al passato e riuscire a stare in piedi è una impresa ardua, ma le riflessioni di questo articolo sono proprio rivolte a chi nonostante le difficoltà desidera aprire una attività o rimanere in attività. Solo spunti di riflessione.

Innanzitutto dobbiamo parlare della professionalità che dovrebbe essere insita in qualunque attività lavorativa. La professionalità non è una qualità innata, ma può essere appresa, una competenza che possiamo suddividere in tre dimensioni tra loro interdipendenti: morale, professionale, relazionale.

La dimensione morale riguarda i valori morali di fondo e i principi etici di una persona che ispirano o dovrebbero ispirare il comportamento di qualsiasi operatore professionale. Il professionista si avvarrà di conoscenze specialistiche, di esperienze, di informazioni e background culturali, maggiori rispetto al suo interlocutore senza approfittare di tale conoscenze per ricavarne un beneficio personale. Inoltre grazie a tale sensibilità, egli comunica e si relaziona sempre con modalità simmetrica, cioè alla pari, privilegiando un linguaggio semplice, chiaro e alla portata di chi ha di fronte. Si instaurano così le premesse per un rapporto di reciproca fiducia, leale e trasparente, frutto dell’osservanza sistematica di un rigoroso codice deontologico, che il professionista si sente moralmente impegnato ad osservare dovunque e sempre.

Il secondo aspetto  si riferisce alla dimensione  professionale, la fase più operativa nella quale il professionista mette a disposizione degli altri tutta la sua conoscenza  e il suo “saper fare”, per conseguire gli obiettivi di volta in volta concordati. In questa dimensione sono evidenziate quindi le competenze, l’esperienza professionale consolidata sul campo, l’intelligenza declinata nelle sue varie forme, la creatività. È quindi un momento cruciale in cui il “mestiere” viene fuori, prende forma e diventa sostanza. Questa seconda dimensione della professionalità è quella che mette in crisi i non professionisti, coloro che si improvvisano, e che sono spesso più interessati ad un facile e spesso illusorio  guadagno che non ad aumentare le loro competenze ed esperienze. Spesso manca la passione, l’impegno, la capacità di autocritica ed il reale desiderio di sacrificio verso una professione che andrebbe arricchita ed implementata. Viene meno in sintesi la parte del  “know-how” su cui poggia una moderna professionalità, intesa come l’insieme di saperi e abilità e competenze necessari per svolgere bene una determinata attività. In questa dimensione così concreta e dinamica, i  soggetti privi di professionalità arrancano, riuscendo a conseguire risultati spesso mediocri, ben al di sotto delle aspettative di chi ha riposto in loro piena fiducia, ritenendoli professionisti credibili e affidabili.

La terza dimensione della professionalità, la più critica, e spesso la più sottovalutata, dandola erroneamente per scontata, è quella relazionale e umana; consiste nel saper essere” veri professionisti.  In realtà questa può essere considerata la la dimensione più complessa  ed articolata. Molti delle situazione descritte all’inizio dell’articolo si riferiscono proprio alla difficoltà di tanti professionisti di muoversi dentro questa dimensione, che risulta essere in molti lavori una dimensione che può favorire o al contrario porre in secondo piano le altre due  dimensioni. Ma in cosa consiste esattamente la dimensione relazionale? Possiamo parlare di capacità nella comunicazione interpersonale, competenze che hanno innanzitutto una base nel proprio repertorio di comportamento, di abilità sociali, di competenze emotive consolidate personali. Tali competenze non sono innate ma vengono prese nel corso della vita e non tutte le persone ne sono fornite. Tali competenze sono invece indispensabili nel professionista di oggi che vuole gestire attività, poiché servono per riconoscere, gestire ed esprimere  in maniera socialmente accettabile pensieri, emozioni stati d’animo e per governare la complessità delle dinamiche relazionali. Nello specifico delle competenze possiamo ricordare tra le più importanti: l’empatia, la stabilità psicoemotiva, la padronanza di sé, la gestione dell’ansia e dello stress. Tra le varie competenze sopra citate merita sicuramente un’attenzione particolare l’empatia intesa come condizione “sine qua non” di qualsiasi attività professionale. Infatti è attraverso la capacità empatica, che il professionista si pone di fronte alla persona, al cliente, all’utente di un servizio. Una persona con i suoi problemi, i sui desideri, le sue aspettative, che vanno ascoltati, compresi, rispettati. La capacità di entrare nell’assetto emotivo di chi ci sta di fronte, impone anzitutto la capacità di mettere in secondo piano il proprio assetto emotivo, i propri problemi.

Non possono infine mancare altri due aspetti che riguardano l’entusiasmo e l’ottimismo che sono risorse mentali necessarie per operare con efficacia (raggiungendo l’obiettivo prefissato) ed efficienza (avere abilità nel raggiungere l’obiettivo impiegando le risorse minime indispensabili).

Queste due qualità permettono a chi le possiede di svolgere con impegno e passione qualsiasi lavoro, poiché un professionista coscienzioso e responsabile svolgerà la sua attività sempre al meglio per sentirsi in pace con se stesso, pienamente soddisfatto e realizzato.

La  professionalità è dunque  un costrutto globale, un insieme di fattori  articolati e complessi fatti  di conoscenze, competenze, strumenti e qualità umane. In un momento storico di così fragili certezze, di cambiamenti repentini, di mercati sempre più in concorrenza, l’aspetto della qualità del servizio, intesa come capacità di proporre le dimensioni sopra descritte, diventa imprescindibile. Laddove inoltre tante relazioni interpersonali sempre più sono veicolate dietro un monitor, una chat, uno schermo, la parte “umana relazionale” può fare ancora oggi la differenza. L’accogliere l’altro nei suoi bisogni con gentilezza, con un sorriso, con una buona capacità di problem solving, con serietà, con rispetto, con scrupolosità, può fare l’enorme differenza tra le tante offerte del mercato del lavoro. Ed infine un ultimo spunto che riguarda l’aspetto della curiosità e della formazione. Pochissimi lavoratori oggi, sono esenti dal rimanere sul mercato senza aggiornarsi, studiare, formarsi. Il mondo corre, va veloce, questo significa che un lavoro è spesso in continuo cambiamento, bisogna stare al passo con le novità, bisogna sapersi mettere in gioco, cercare stimoli e capire come migliorare le proprie conoscenze che non sono più statiche come nel passato, ma sempre in trasformazione.

“Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti”.

(Charles Robert Darwin)

Bibliografia: “Vocabolario dell’intelligenza emotiva ed altro…”  di Angelo Battista – Cacucci Editore 2011

SCRIVERE PERCHE’: “Scrivere di emozioni”

Perché una rubrica? Perché una rubrica con dentro contenuti di uno scrittore attore? Semplicemente perché l’arte non è solo apparire ma è anche lavorare con se stessi per approdare a risultati di cui tutti possono fruire. Leggere… leggete… troverete un mondo dentro gli spazi bianchi fra le righe nere.

A cura di Graziano Di Benedetto

Scrittore – Attore

Si dice spesso che la scrittura sia un dono della natura e che pochi fortunati siano in possesso di tale dote. Vado controcorrente ed affermo che tutti possono scrivere emozionando ed emozionandosi.

Pongo alcune domande: “Chi non è mai stato innamorato? Chi non ha mai subito una delusione amorosa? Chi non ha mai subito un lutto o litigato con colleghi, amici, familiari…o chi non ha mai assistito ad eventi particolarmente forti?

Ecco, di questo si deve narrare. Se non si vogliono mettere in gioco le proprie emozioni, l’osservazione è la base di una scrittura efficace. Tutto è fonte di emozioni, tutto è fonte di scrittura. Altro elemento da non sottovalutare è l’utilizzo dei sensi che normalmente usiamo, come l’olfatto: gli odori o i profumi scatenano ricordi antichi, forti, che colpiscono dritto allo stomaco.

Una minestra indigesta potrebbe diventare una pagina piene di emozioni scritte:

“Scendevo le scale che conducevano alla mensa, scale bianche come il latte, piene di venature rosa, come capillari malati, superficiali. La puzza di minestra colma di verdure vecchie, bollite e strabollite mi entrò nelle narici. La puzza si fece strada dentro i polmoni, dilatandoli fino a scoppiare. Broccoli marci come i pensieri della monaca che controllava i poveri bambini, inquadrati come soldatini feriti e senza futuro….”

Questo è solo un piccolo esempio di ciò che si potrebbe scrivere. Un inizio. E tutto nasce dalla puzza o odore di una minestra indigesta. Il resto viene da se. Lasciamo libere interpretazioni ai lettori e continuiamo scrivere sfruttando semplicemente il mondo che ci circonda.

Tutto è scrivibile e DESCRIVIBILE.

 

PINEROLESE WILD: “La Cicogna”

Una rubrica che grazie alle sue immagini e nozioni porterà i lettore alla scoperta della flora e della fauna del nostro territorio. Un viaggio che vi farà immergere nella natura della pianura, collina e montagna tra fiumi, sorgenti, piante, fiori ed animali che caratterizzano da secoli le nostre terre.

A cura di Claudio Bonifazio

Foto scattata in località: Racconigi (CN) presso il Centro Cicogne ed Anatidi. 

Descrizione del Centro Cicogne ed Anatidi

Il Centro nasce nel dicembre del 1985 per la reintroduzione della Cicogna bianca, specie estinta dall’Italia come nidificante dal Settecento, grazie alla collaborazione tra la Lega Italiana Protezione Uccelli e l’appassionato ornitologo Bruno Vaschetti. Alla luce dei risultati positivi ottenuti dal progetto cicogna, il Centro intraprende, a partire dal 1989, il progetto Anatidi, mirato alla protezione di specie di anatre, oche e cigni rare o in pericolo di estinzione. In questo senso è stato avviato il progetto LIPU per la reintroduzione del Gobbo rugginoso, un’anatra tuffatrice estinta in Italia dagli anni Settanta. Dal 1995, considerando anche gli interventi comunitari mirati alla salvaguardia della biodiversità attraverso la creazione di zone umide, il Centro ha promosso una serie di interventi rivolti al ripristino di aree umide, finalizzate alla sosta degli uccelli migratori e, in particolare, dei Limicoli, i piccoli trampolieri che frequentano le paludi. Ad una prima area di soli due ettari, ora il Centro sta affiancando un ulteriore ampliamento di circa 15 ettari, per offrire agli uccelli una zona sicura e tranquilla dove sostare durante i movimenti migratori. Qui, attraverso capanni di osservazione e percorsi schermati, è possibile dedicarsi al birdwatching, l’osservazione degli uccelli nei loro habitat, ed effettuare così anche interessanti osservazioni sul comportamento degli animali, utili per la ricerca scientifica.

Descrizione

La Cicogna bianca (Ciconia ciconia) è un uccello di grandi dimensioni (altezza 1 metro – apertura alare 1,80 metri – peso 3-4 chilogrammi), di colore bianco ad eccezione delle penne remiganti che sono nere, con becco e zampe arancione.

Alimentazione

Non ha particolari esigenze alimentari, poiché si adatta a qualunque cibo, anche variando a seconda del luogo ma, in prevalenza, si nutre di cavallette o lombrichi, nonché pesci, invertebrati palustri e rane, aggiungendo a volte semi, bacche, lucertole e persino roditori. Quando raggiunge l’Africa migrando, ha una più grande varietà di prede tra cui scegliere e, a seconda dei casi, predilige le piccole prede reperibili nelle zone umide (come anfibi o pesci), ovvero, nella savana, le numerosissime cavallette e altri insetti.

Riproduzione

Nei mesi di marzo e aprile, i genitori preparano su un albero, su un tetto o su un altro manufatto un grosso nido largo più di 1 metro, in cui la femmina depone in media 3-4 uova, che vengono covate per 35 giorni da entrambi i genitori. Dopo la schiusa, sia il maschio che la femmina provvedono ad allevare i pulcini che, dopo 70 giorni, imparano a volare.

Verso 

 

Distribuzione e habitat

A fine luglio – inizio agosto, quindi, le giovani cicogne sono pronte a intraprendere la migrazione verso i quartieri di svernamento. Grazie alla tecnica dell’inanellamento si è constatato che le cicogne che transitano in Piemonte migrano attraverso la Valle Stura di Demonte (Cuneo) per poi percorrere la Francia e la Spagna: molti individui poi si trattengono già nel sud della Spagna per trascorrere il periodo invernale, mentre altri soggetti si spingono fino al nord Africa (Marocco e Tunisia). Ad ogni primavera, poi, le cicogne faranno il tragitto inverso per ritornare nei siti di nidificazione; solo le giovani cicogne rimarranno in giro per i primi 2 anni di età, perché, nidificando solo nella primavera del 3° anno, posso permettersi di girovagare per ancora un po’ di tempo prima di metter su famiglia!

Varie e curiosità

In molti Paesi europei è cosa consueta osservare le cicogne nidificare sui tetti delle case: basta andare in Alsazia o in Grecia per ammirare questi eleganti trampolieri sostare indisturbati sulla sommità degli edifici. In Italia, invece, la Cicogna bianca è estinta, come nidificante, dal 1700: questo significa che la specie era presente nel nostro Paese solo come visitatore occasionale, durante il passo migratorio e che, solo raramente, si verificavano sporadici tentativi di nidificazione.

Proprio nella campagna cuneese, attorno a Racconigi, le cicogne non sono mai mancate: ogni primavera, come ogni autunno, era possibile osservare alcuni esemplari in sosta durante la migrazione. È solo con un tentativo di nidificazione di una coppia nel 1980, fallito purtroppo per bracconaggio, che emerge con forza l’idea di tentare un progetto scientifico per reintrodurre la specie in Italia.

E così che, in collaborazione con la Lega Italiana Protezione Uccelli e grazie all’esperienza dell’ornitologo Bruno Vaschetti, proprio a Racconigi, viene avviato nel 1985 il primo progetto italiano per riformare una colonia nidificante di cicogna bianca.

Grazie all’aiuto del primo centro cicogne europeo, fondato da Max Bloesch in Svizzera nel 1948, arrivarono a Racconigi le prime 10 cicogne che, ospitate prima in voliere, vennero poi liberate. Già nella primavera ’86 nidificava la prima coppia di cicogne in libertà, dando inizio ad una nuova generazione di cicogne italiane.

E così nel tempo si è ricostituita una colonia stabile di cicogne nidificanti: ogni anno, infatti, circa 30 coppie si riproducono nella zona, occupando sia le piattaforme appositamente predisposte sui comignoli delle case sia le sommità di castelli e campanili.

Grazie agli anelli di riconoscimento, è stato possibile constatare che ogni anno si fermano a Racconigi, per il periodo riproduttivo, cicogne marcate in Svizzera, Germania, Francia, e viceversa, cicogne inanellate sui nidi a Racconigi, sono state osservate in Olanda, Danimarca, Francia, Spagna fino ai paesi del Nord Africa. L’inanellamento, infatti, è un metodo scientifico, coordinato in Italia dall’Istituto Nazionale Fauna Selvatica di Ozzano Emilia (Bologna), che permette, grazie ad una codifica internazionale, di ricostruire le storie individuali degli animali e di scoprire, così, i percorsi che hanno compiuto, i tempi di sopravvivenza e molte altre informazioni sulla loro biologia.

Hai osservato una cicogna inanellata? Se osservi una cicogna inanellata, si può avvisare il Puoi inviarci una mail, magari anche con una foto dell’animale in cui sia possibile vedere l’anello e magari leggere la codifica riportata! I dati utili sono: data, ora, località, comune, provincia, tipo di marcatura, colore dell’anello e sigla incisa, oltre ad altre notizie utili a descrivere il comportamento dell’animale. Contribuirai anche tu, così, a migliorare la conoscenza sulla vita di questi animali! Riceverai una risposta Le cicogne marcate in Italia hanno, oltre all’anello metallico, un anello in plastica di colore blu, riportante quattro lettere bianche in stampatello maiuscolo.

Cara Madre Terra: “Appunti dal seminario del Prof. Mercalli “

Una difficile missione, se non quella di fermare il degrado della Terra cercando in tutti i modi di garantire un futuro migliore al prossimo. Tutto dipenderà dalle nostre scelte, ed in questa rubrica cercheremo di sensibilizzarci verso un Mondo più pulito ed in simbiosi con la natura.

A cura di Roberta Monagheddu

Il 5 marzo 2018 ho partecipato al seminario “Riscaldamento globale, climatologia, scenari futuri e impatti attesi” tenuto dal Prof. Luca Mercalli, sì proprio lui, il meteorologo e climatologo italiano, nonché presidente della Società Meteorologica Italiana. La stessa persona che, in terza media, facendomi l’autografo scrisse: “Guardare le nuvole e risparmiare energia”. Un grande, pensai. Ancora oggi riesce a muovere le masse con la potenza e la verità delle sue parole, perché c’è passione, urgenza e grande preparazione nei suoi toni per gli argomenti trattati. Ebbene il suo seminario, che ho tentato di semplificare e riassumere, è stato un’introduzione al corso “Cambiamenti climatici e socio economici” del Politecnico di Torino.

Da quando è comparso l’uomo, per 190.000 anni non ci sono mai stati periodi abbastanza lunghi di stabilità climatica per permettergli di sviluppare l’agricoltura. Alcuni ritengono che solo da quando il clima si è stabilizzato, dopo l’ultima glaciazione (20.000 anni fa), con piccole variazioni di 1°C circa, sia stata possibile la domesticazione dei vegetali. Se oggi siamo qui, con una civiltà ed una società di questo tipo, lo dobbiamo al clima.  Avremmo dovuto fare in modo che non degenerasse a garanzia del proseguito del nostro cammino. Invece adesso ci ritroviamo a fare i conti con un clima con caratteristiche sconosciute al genere umano, mai verificate in ben 10.000 anni.

Le grandi sfide dell’umanità di oggi vengono definite in due distinte terminologie:

  • MITIGAZIONE: cercare di non soccombere a causa di una nuova variabilità climatica
  • ADATTAMENTO: adattarsi a ciò che ormai è inevitabile, a quella parte di cambiamento già innescato

Ma come siamo potuti arrivare fino a questo punto? Abbiamo interferito con il bilancio radiativo terrestre, ovvero il bilancio tra la radiazione assorbita e quella rilasciata dalla Terra. Un effetto serra naturale è a noi umani favorevole. Se non ci fosse un cocktail di gas ad effetto serra nell’atmosfera terrestre il bilancio radiativo generarebbe un congelamento della terra fino a -18°C. Un adeguato livello di effetto serra permetterebbe un’oscillazione della temperatura tra i 14° e 15°C, una situazione che risale al periodo preindustriale! Con il periodo industriale, questa condizione favorevole è stata da noi alterata: abbiamo messo in atmosfera quantità in surplus di gas serra, principalmente CO2, ma anche ossidi di azoto, metano, acqua (sotto forma di vapore acqueo, a causa dall’aumento della temperatura dell’atmosfera), gas artificiali, e molto altro. I gas serra fanno sempre più da barriera: le radiazioni arrivano dal Sole sulla Terra, ma poi fanno sempre più fatica ad uscire dalla nostra atmosfera perché “schermate” dai gas. Parte delle radiazioni, anziché uscire normalmente in direzione spazio, ritornano sulla terra riscaldandola maggiormente. Questo fenomeno è detto Antropogenic Global Warming.

Il principale agente di cambiamento è sicuramente la CO2. Il valore oggi considerato preindustriale vale 280 ppm di CO2. Claude Lorius (glaciologo), in seguito alle ricerche cominciate nel 1958, studiando l’aria fossile nei ghiacci dell’Antartide, scoprì che in 800.000 anni non abbiamo quasi mai superato i 300 ppm. Sempre nel 1958 Charles Keeling (geofisico) misurò 310 ppm di CO2 dall’atmosfera. La CO2 misurata in ppm era aumentata di 30 ppm dal periodo preindustriale. Keeling diede con le sue misurazioni un chiaro campanello di allarme quando constatò il trend!

Nel 2017 a quanto siamo arrivati? Siamo a ben 410 ppm…..

E finora abbiamo parlato solo di CO2, senza considerare tutti gli altri gas che peggiorano la situazione, e la natura che va a modificare il suo corso abituale reagendo a questo cambiamento di temperatura, innescando tutta una serie di conseguenze peggiorative a catena ed esponenziali. Qualsiasi sistema sottoposto ad un fattore forzante del genere non può rimanere fermo! Noi percepiamo questo cambiamento lento perché ragioniamo come uomini, ma è estremamente rapido come tempi di evoluzione della natura.

1°C in più solo nell’ultimo secolo: abbiamo vissuto gli anni più caldi della storia dell’uomo.

Il Trattato di Parigi, redatto nel 2015, in cui 195 paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale, aveva come principale obiettivo quello di rimanere sotto i 2°C di aumento termico.

Guardate questo grafico:

I 2°C da non superare erano stati stabiliti per rimanere nel range di pericolo “Dangerous”, avendo già superato ampiamente le temperature di prudenza. Questo limite è stato raggiunto, dirigendoci quindi verso i 4°C della sezione catastrofica “Catastrophic” e 5°C  della sconosciuta“Unknown”. Chiariamo questi ultimi due termini: una catastrofe ha uno scenario nella nostra mente, vogliamo evitarla ma sappiamo cosa sia. Se raggiungessimo i 5°C ed una condizione sconosciuta di cambiamento climatico, significherebbe che l’essere umano entrerebbe in una situazione di cui non ha memoria storica; non sappiamo come la Terra, gli ecosistemi, il clima potranno reagire ad un cambiamento del genere. Tutto è collegato e tutto rischia di collassare.

Cosa possiamo fare? La quantità di CO2 emessa pro capite è infatti davvero enorme, inoltre è difficile raggiungere accordi tra Paesi con differenze molto elevate (vedi stile di vita americani, africani, cinesi, italiani…): c’è chi emette oltre 16 tonnellate pro capite di CO2, e chi 100 kg! Se mettessimo in atto qualche cambiamento si potrebbe riuscire a rimanere entro i 3°C fino all’anno 2100. Trentanni fa sarebbe stato utile spegnere le luci, chiudere l’acqua, ora non basta più. Dobbiamo tenere presente che non si possa curare il cancro con un’aspirina, e considerare quali siano gli impatti reali delle nostre azioni.

Secondo una ricerca svedese bisognerebbe:

  • STABILIZZARE LA POPOLAZIONE: fare meno figli è la scelta che rende di più, siamo già 7 miliardi e mezzo…quando saremo 9,6 miliardi?
  • VIVERE SENZA AUTOMOBILE, o ridurne drasticamente l’uso, utilizzare mezzi pubblici, telelavoro, car sharing
  • RIDURRE I VIAGGI IN AEREO: sono terribilmente inquinanti
  • PUNTARE SU ENERGIE RINNOVABILI: un esempio potrebbero essere dei semplici pannelli solari. Utilizzare la tecnologia buona a nostra disposizione senza aspettare ed aspettarsi di avere soluzioni alla malattia non facendo nemmeno prevenzione. Investiamo, studiamo, lavoriamo su tutta quella tecnologia che ancora non abbiamo, ma non facciamo troppo affidamento pensando che qualcosa o qualcuno avrà il lampo di genio che ci salverà da tutto
  • DIETA VEGETARIANA o quasi: in generale consumare carne con senso della misura perché, a causa del metano (che vale 25 volte una molecola di CO2) prodotto dagli allevamenti di bovini, la filiera della carne è altamente inquinante.

Questa è la più grande sfida dell’umanità. Siamo entrati nell’ANTROPOCENE, l’epoca geologica attuale, generata da quello che noi umani abbiamo compiuto, mettendo in campo forze antropiche paragonabili a quelle naturali.

L’ANGOLO DEL MENTAL COACH: “Il nostro valore è a prescindere”

Un viaggio esperienziale ed emozionante che un Coach compie in mezzo alle speranze, le fatiche, i sogni, le contraddizioni, le passioni che l’essere umano incontra nel suo cammino alla ricerca di sensi, scopi e significati: l’allenamento del grande potenziale umano per trascendere se stessi e raggiungere ciò che davvero ci rende felici.

A cura di Aldo Ronco

Coach Umanista – Life, Sport & Corporate Mental Coach – Membro ICF

Mi capita spesso di ascoltare persone dire di loro stesse “Io non valgo niente”, mentre raramente sento persone affermare che “valgono tanto”Tuttavia, sia che una persona senta di “valere”,  sia che senta di “non valere”, la questione veramente interessante da indagare è capire “Che cos’è” che fa propendere per una o per l’altra ipotesi. Per esempio, se io chiedessi a te che stai leggendo di farti queste semplici domande:

  • “Perché valgo come persona?” 
  • “Perché mi amo?”

Tu cosa risponderesti a te stesso? Che cosa ti fa pensare che “vali” ? Quand’è che senti di “valere” ? Per quale ragione “ti ami”?

Bene, sappi che qualunque risposta tu ti dai è comunque quella giusta. E sai perché? Perché ciascuno di noi è responsabile della propria esistenza e ciascuno di noi ha quindi il diritto di scegliere sia “il valore” che si da, sia “il motivo” dal quale far dipendere il proprio valore, sempre se ritenga che il suo valore debba per forza dipendere da qualcosa. Nessuno potrà mai  interferire su questa scelta, che sarà sempre da considerarsi “una scelta giusta” per il semplice fatto che la persona che la sceglie la ritiene “quella giusta per sé”. Ma la domanda successiva da farsi e sulla quale vorrei riflettere oggi è:

“Ma questo metro di valutazione che hai scelto per te stesso, funziona oppure no?” ovvero  “Ti rende felice oppure no, o addirittura ti restituisce solo ansia?”

Molto spesso infatti nei cammini di Coaching  mi trovo ad allenare persone che hanno ben chiaro il motivo sul quale rapportano il loro valore, ma che ne sono anche vittima. E mi riferisco al fatto che molti “scelgono” di valere come persona in base ai risultati che ottengono. Diciamo che è culturale. Oggi la società ci chiede in continuazione di “performare”. Il che, entro certi limiti, non è di per sé negativo. Non c’è niente di male nell’ottenere dei risultati, dei successi, nel raggiungere delle mete, degli obiettivi, anzi tutto ciò contribuisce al raggiungimento del proprio benessere. Il Coaching, per esempio, si dimostra uno strumento straordinariamente efficace da questo punto di vista. Ma se il passo successivo è che il valore di una persona dipende dal suo rendimento  allora qui comincia il disastro. Si crea questa dinamica: se ottengo dei risultati, mi attribuisco un valore e mi amo. Ma nel momento in cui non ottengo dei risultati, non mi attribuisco più un valore, non mi amo più ed entro in crisi. Ma c’è dell’altro: se scelgo di valere in base ai risultati che ottengo, persino quando li otterrò farò fatica ad essere felice perché l’ansia di dover per forza e sempre dimostrare qualcosa, a me stesso e agli altri, avrà perennemente il sopravvento sulla sensazione di benessere, sensazione che sarà quindi solamente temporanea. Conosco gente che ottiene risultati in continuazione eppure non è mai contenta. Ne conosco altre invece che, a prescindere che ottengano o meno dei successi, lasciano quotidianamente trasparire una serenità e una felicità assolutamente autentica e contagiosa che deriva dal loro stare bene con se stessi. Sono coloro che NON hanno scelto di far dipendere il proprio valore dalla propria auto efficacia e che quindi NON hanno scelto di amarsi all’interno di questa dinamica,  sono  coloro che invece scelgono di amarsi ogni giorno aprioristicamente, senza se e senza ma, senza nessuna condizione;  ed è proprio grazie a questo amore, che riconoscono a loro stessi aprioristicamente, che percepiscono il loro valore, e che poi a sua volta da valore alle cose che fanno. Io la trovo una “scelta” (perché di scelta si tratta) fantastica,  oltre che assolutamente vincente in un’ottica di felicità. Sono quelle persone che, dopo un po’ che le ascolti, dici a te stesso con stupore: “Ma guarda questo quanto si ama!”, e ti stupisci ancor di più del fatto che ti trovi davanti a persone assolutamente normali. In un mondo dove la cultura predominante è quella del “tu vali se”, ovvero se “performi”, se sei bello, se sei ricco, se sei famoso, se sei prestante, se hai un ruolo sociale,  eccetera eccetera, rispondere con  “io mi amo a prescindere, per cui valgo a prescindere da tutto questo”,  e poi “tarare” tutta la propria esistenza all’interno di questa dimensione, è una scelta senz’altro coraggiosa ma anche assolutamente liberante; essa diventa la base per una sana auto realizzazione, restituendo alla persona un vero e duraturo benessere, in quanto finalmente svincolato da ogni ansia di dover perennemente “dimostrare” qualcosa per conquistare un “valore”Anche per me il valore  di ogni essere umano, di ogni vita umana e quindi di ciascuno di noi,  è a prescindere. Anzi, dirò di più. Se proprio devo trovare un motivo che ci restituisca un valore,  lo ritrovo nel fatto che l’essere umano è una creatura  dotata della “facoltà‘ di amare”. Essere dotati di questa straordinaria facoltà  ci rende davvero speciali, ed è semmai questo che ci restituisce un valore immenso. Quando esercitiamo la nostra “facoltà d’amare”,  proprio quando Amiamo, in quel preciso istante, ci eleviamo alla dimensione di creature straordinariamente e meravigliosamente potenti, perché in grado di fare del bene, e quindi di far stare bene gli altri e di stare bene noi stessi. Nessun “risultato ottenuto”, nessuna “capacità di fare le cose” ci restituirà mai un potere così grande. Mi viene in mente mia madre, ora anziana, che spesso si blocca con la schiena quando tenta di fare le pulizie in casa. Mi vengono in mente le parole che mi rivolge sempre in quelle occasioni “Vedi Aldo, ormai non valgo più niente”La mia risposta è sempre la stessa “Mamma, invece tu continui a valere  tantissimo, perché non è il “riuscire a fare le pulizie o qualsiasi altra cosa” che ti da valore, né il “non poterle fare più che te lo toglie”, per il semplice fatto che nel momento stesso in cui il tuo sguardo ricco d’amore incrocia il mio, io mi sento straordinariamente bene, ed è per questo che il tuo valore è altissimo oggi, e lo sarà anche se mai un giorno non sarai più in grado di fare nulla.  Grazie Mamma perché mi ami, il tuo valore sta li.”

PINEROLESE WILD: “La Cinciallegra”

Una rubrica che grazie alle sue immagini e nozioni porterà i lettore alla scoperta della flora e della fauna del nostro territorio. Un viaggio che vi farà immergere nella natura della pianura, collina e montagna tra fiumi, sorgenti, piante, fiori ed animali che caratterizzano da secoli le nostre terre.

A cura di Claudio Bonifazio

Foto scattata in località: Vinovo lungo le sponde del Chisola.

Descrizione

La cinciallegra, o Parus major, è un uccello passeriforme appartenente alla famiglia dei Paridi. Ha una lunghezza compresa tra 13,5 e 15 cm, presenta un piumaggio verdastro sul dorso, con coda e ali grigio bluastre. Il capo e la gola sono di colore nero lucido, con guance bianche. Il petto giallo è attraversato longitudinalmente da una linea nera dalla gola all’addome che, nei maschi, è leggermente più larga. Diventa facilmente confidente nei confronti dell’uomo, può arrivare ad accettare il cibo offertole direttamente con le mani. Trattasi di un uccello dal carattere territoriale e molto aggressivo nei confronti dei consimili e soprattutto di altre specie di uccelli di taglia simile.

Alimentazione

La cinciallegra è un vorace insettivoro che predilige nutrirsi tra i rami bassi e nel terreno. Larve, api e ragni sono il suo cibo preferito ma a causa della sua voracità gradisce molto anche semi, frutta e bacche. Il cibo viene sminuzzato col becco, tenendolo fermo con le zampe. Accetta volentieri il cibo offerto in mangiatoie dall’uomo.

Riproduzione

La cinciallegra nidifica nelle cavità protette degli alberi, dei muri e nelle cassette – nido, costruendo il nido con muschi, peli e piume. Depone le uova (normalmente 8 – 15) tra Aprile e Maggio. Lisce, bianche con piccole macchie rosso scuro, sono covate dalla femmina per circa 15 giorni. I piccoli vengono accuditi da entrambi i genitori per circa 20 – 30 giorni dalla dischiusa.

Canto

Distribuzione e habitat

È distribuita in Europa e Nord Africa prediligendo le basse altitudini, come le zone collinari e pianeggianti. Vive nei boschi di conifere, frequenta ambienti semi-alberati quali margini di boschi, frutteti, campi con filari d’alberi, giardini e parchi urbani. Si adatta molto bene alle trasformazioni operate dall’uomo sul territorio e proprio la presenza di aree agricole le consente di popolare la media montagna sino a 1500–1800 m di quota. È una delle poche specie di uccelli presenti regolarmente anche nei centri cittadini, dove frequenta giardini e viali alberati. In Italia è una specie nidificante, residente e stanziale molto diffusa. Svernante e migratrice, in Italia la si può trovare dappertutto in ogni mese dell’anno, in particolare in inverno.

Parte delle informazioni contenute in questo articolo sono state raccolte dall’enciclopedia libera Wikipedia.

SCRIVERE PERCHE’: “Violenza domestica e scrittura”

Perché una rubrica? Perché una rubrica con dentro contenuti di uno scrittore attore? Semplicemente perché l’arte non è solo apparire ma è anche lavorare con se stessi per approdare a risultati di cui tutti possono fruire. Leggere… leggete… troverete un mondo dentro gli spazi bianchi fra le righe nere.

A cura di Graziano Di Benedetto

Scrittore – Attore

“Dietro una mano” il mio ultimo romanzo che narra di violenza domestica, sta diventando con il passare del tempo e delle presentazioni, oggetto di dibattiti sempre più accesi ed interessanti. Il testo è inserito nella bibliografia di dispense in master universitari, dove sostengo la docenza. Durante le presentazioni nei vari comuni o in biblioteche, parti del testo, lette ed interpretate, scatenano emozioni e reazioni di rabbia, di comprensione, di curiosità e altro ancora. Ma l’emozione imperante però è quella che investe me, come conduttore e come portavoce di silenzi obbligati. La violenza domestica è ancora in gran parte, non solo nascosta, ma addirittura giustificata. Una domanda frequente che viene posta è: “Ma cosa ha commesso la vittima per causare una reazione simile?”. Questa domanda lascia dietro di se, silenzi spessi come nuvole temporalesche, nessuno del pubblico osa ribattere, guarda con occhi smarriti il vuoto, evita l’incrocio con altri sguardi, come per difendersi da chissà che cosa, forse dalla domanda stessa. Il dato che emerge purtroppo è che la cultura considera ancora la violenza sulle donne come una situazione normale, quasi da giustificare, o da tollerare; la domanda in questione taglia trasversalmente varie fasce d’età, dai 16 ai 70 anni ed è posta sia da uomini che da donne. Fortunatamente però, qualcosa sta cambiando. Il pubblico nelle sale è sempre più numeroso, sempre più attento e spesso sono presenti anche ragazze adolescenti, agguerrite e preparate. La scrittura in questo caso è uno strumento di diffusione del fenomeno. Il romanzo è sicuramente più fruibile rispetto ad un saggio. Non si parla di statistiche, ma di episodi di vita quotidiana, scandita da violenza psicologica e fisica. Si deve scrivere ciò che si può, liberi da censure, liberi da pregiudizi e con il coraggio di affrontare “giudizi” altrui.  Solo scrivendone e parlandone il fenomeno  viene compreso, elaborato e combattuto. Si deve arrivare a tutti, uomini e  donne di qualunque età. Purtroppo ciò che vediamo e sentiamo attraverso i media è solo la punta di un iceberg. Grande omertà si nasconde dietro tende e pareti di case apparentemente felici.

Per questo si deve scrivere. Per dare la possibilità di sapere…la cultura aiuta, la cultura salva.

LIBERI PENSIERI DI UNA FARMACISTA RUSPANTE: “Curiamoci e preserviamo la salute con la natura ed il sorriso”

Una rubrica che nasce dal desiderio di far conoscere il farmacista come consulente della salute a 360 gradi e non solo come preparatore e dispensatore di medicine e scatolette.

A cura della Dott.ssa Silvia Boggiato

Farmacista

Ciao a tutti, mi sono appassionata alla Farmacia già ai tempi del liceo Scientifico, ho conseguito la laurea presso la Facoltà di Farmacia di Torino nel 2006 e dal giugno 2009 sono titolare di……. una Farmacia.

Amo ascoltare e comunicare con le persone e grazie a questo il mio intento in questa rubrica sarà quello di illustrare in modo semplice come si possa mantenere un buon stato di salute e di benessere ricorrendo ai rimedi più semplici, quelli che la natura ci mette a disposizione. Vorrei raccontarvi delle storie o condividere dei casi, così che la problematica trattata resti nella mente come una foto da tirare fuori quando si presenti a voi o ai vostri amici la necessità di intervenire in modo semplice e veloce. Insomma, poche righe ogni volta per ricordare quanto la salute sia importante, che vada salvaguardata e che siamo delle macchine meravigliose a cui volere bene.

 

SCRIVERE PERCHE’: “Scrivo perchè”

Perché una rubrica? Perché una rubrica con dentro contenuti di uno scrittore attore? Semplicemente perché l’arte non è solo apparire ma è anche lavorare con se stessi per approdare a risultati di cui tutti possono fruire. Leggere… leggete… troverete un mondo dentro gli spazi bianchi fra le righe nere.

A cura di Graziano Di Benedetto

Scrittore – Attore

Si scrive molto sulla scrittura, (paradosso simpatico) e si dice anche tanto e a sproposito. Questo articolo potrebbe essere uno dei tanti, dove si narra che la scrittura è catartica, terapeutica, creativa, politica e via dicendo. Tutto è vero a seconda di chi scrive e di chi legge, la cosa importante è non strumentalizzare la scrittura. Esprimo un opinione strettamente personale, lasciando le mie parole in pasto a chi vuole, per saziare angoli della mente vuoti di emozioni ed eventi.  Perché Di Benedetto Graziano scrive?  Gran bel quesito, al quale ho più volte risposto durante le mie varie presentazioni.

Non voglio girare intorno alla domanda, mi piace essere diretto ed arrivare dritto al nocciolo della questione. Personalmente scrivo per dare voce a chi non può parlare. Troppo spesso ho udito storie di vita dove le vicende si intersecavano fra di loro, creando emozioni così forti da lasciarmi senza fiato, ho ascoltato con estrema attenzione le vicissitudini, ma soprattutto mi sono ubriacato di emozioni, create da anime in balia degli eventi o ormai rassegnate, perse o rinate a nuova vita. Dare voce a chi non può parlare, si, questo è il mio scopo nello scrivere, riuscire a tradurre le emozioni in parole scritte, per poter dare modo a molti di vivere, almeno leggendo le stesse emozioni e nel contempo far scattare la scintilla della ribellione o dell’aiuto, e soprattutto riuscire a fare emergere storie che, i protagonisti, presi dalle vicende stesse o da altro non trovano il coraggio o lo strumento per esplicitare le loro emozioni. Situazione ambiziosa la mia, ma un altro tema da affrontare è quello del coraggio. Per scrivere ci vuole coraggio, molto coraggio. Qui mi riallaccio a ciò che ho scritto sopra dove dico che lascio in pasto questo articolo a chi ha spazi emotivi da riempire. Coraggio perché? Ogni romanzo da me scritto, ha dentro di se storie piene di sofferenze dovute al pregiudizio o a presunte diversità e spesso per motivi psicologici vari gli stessi pregiudizi vengono “appiccicati” allo scrittore. Il mio consiglio è quello di leggere gli spazi bianchi fra le parole scritte, solo guardando attraverso di esse si posso aprire scenari introspettivi di una profondità assoluta. Tempo permettendo continuerò a scrivere, il giudizio altrui è semplicemente uno stimolo per scrivere ancor di più. Ho parlato di giudizio non di critiche degne di tale nome.

Continuerò a scrivere, si. Lasciando spazio ancor di più alle emozioni.

PsiCHIcoline: “Rumble, rumble, quando i pensieri rimbombano nella testa!”

Una rubrica che nasce dal desiderio di avvicinare maggiormente le persone alle tematiche  psicologiche. Conoscere e conoscersi per considerare i problemi, le paure, le sofferenze come opportunità, spesso scomode e sgradite, di fermarci e guardarci dentro per trarre nuova forza, consapevolezza, speranza e fiducia.

A cura della Dott.ssa Monica Rupo

Psicologa – Psicoterapeuta

La nostra testa è rotonda

per permettere ai pensieri di cambiare direzione.

(Francis Picabia)

Può essere capitato a molte persone di avere la sensazione, in determinati momenti della vita, ad esempio stress, preoccupazioni, eventi spiacevoli, di sentire nella testa pensieri negativi e ripetitivi, che non ti abbandonano mai. Questo tipi di pensieri vengono chiamati ruminazione  e rimuginio.

Ma cosa si intende per ruminazione e rimuginio  in psicologia?

Sono modalità di pensieri passivi, ripetitivi, spesso incontrollabili che a seconda del tipo di emozione a cui si riferiscono, assumono connotazioni e significati diversi. Possono essere considerati una risposta individuale che sottendono emozioni diverse tra loro, come l’ansia, la rabbia, e la depressione.

In particolare il rimuginio è legato all’ansia, la ruminazione è legata alla depressione, e la ruminazione rabbiosa, è legata alla rabbia.

La ruminazione è un processo cognitivo caratterizzato da uno stile di pensiero disfunzionale che si focalizza principalmente sugli stati emotivi interni e sulle loro conseguenze negative. La ruminazione si focalizza principalmente sul passato o su stati emotivi presenti, al fine di gestire l’umore depresso o risolvere dei problemi causati da eventi accaduti nel passato. Vi è dunque una tendenza a spostare l’attenzione verso di sé, piuttosto che all’esterno. Le frase più tipiche di questo pensiero sono del tipo: “Perché a me” – “Cosa ho fatto per meritarmi questo?” – “Perché è andata così?” e molte altre.

I pensieri sono quindi ripetitivi, ossia sempre uguali, con una attribuzione negativa, incontrollabili, con frasi che susseguono in continuo, astratte poiché non conducono ad una soluzione del problema, ed infine molto dispendiose da un punto di vista energetico, ci sente cioè sfiniti, stanchi.

La ruminazione mentale sembra dunque una modalità usata più frequentemente nei disturbi depressivi, questa modalità produce invece un effetto del gatto che si morde la coda, poiché la persona depressa tende infatti a ruminare sui medesimi episodi negativi e spiacevoli che si sono verificati in passato attribuendosi eventuali colpe e responsabilità riguardo allatto negativo stesso. Ma questo logorio mentale, produce altri pensieri negativi, che inducono e mantengono la depressione stessa.

Molti ricerche confermano l’impatto negativo che la ruminazione ha sulla salute sia dal punto di vista fisico, sia psicologico.

Da punto di vista fisico possono insorgere problemi quali: insonnia, irrequietezza, mal di testa, nausea, tensione muscolare, danni cardiaci, ecc. Dal punto di vista psicologico le persone che ricorrono alla ruminazione sembrano avere un più alto livello di ostilità, di ansia, di depressione, di problemi del sonno, una bassa autostima e una tendenza ad avere una visone pessimistica degli eventi e della vita in genere; aumenta quindi la difficoltà ad affrontare con risorse più efficaci situazioni di stress.

Quando la ruminazione riguarda un pensiero ripetitivo negativo in cui aumenta l’emozione della rabbia, sia esterna sia quella rivolta a se stessi, possiamo parlare di ruminazione rabbiosa. Nella ruminazione rabbiosa il pensiero ripetitivo riguarda vicende passate che hanno suscitato rabbia; l’attenzione è focalizzata sulle espressioni rabbiose, e il pensiero tende a concentrarsi nell’immaginare scenari o situazioni alternative che sarebbero potute accadere, ma non sono accadute.

Va sottolineato tuttavia che la ruminazione rabbiosa  nonostante aumenti gli stati emotivi di rabbia e l’attivazione fisiologica relativa alla stessa, non porta alla perdita di controllo sulle azioni, ma a una riduzione dello stato di benessere psico-fisico con conseguente abbassamento del tono dell’umore.

Il  rimuginio è invece la tendenza a preoccuparsi sempre di cosa accadrà in futuro, ad anticipare mentalmente tutti i possibili scenari negativi, pensando al modo in cui possono essere affrontati. Il rimuginare è spesso accompagnato da emozioni di tipo ansioso, ma anche in questo caso invece di abbassare l’ansia, si produce l’effetto opposto; ossia si aggrava lo stato ansioso. La persona che rimugina ha paura che possa avverarsi sempre il peggio, e utilizza tale modalità con la sensazione che pensare e ripensare al problema lo aiuterà a trovare la soluzione.  Tale meccanismo a volte è più difficile da cambiare poiché chi lo utilizza pensa che abbia una valenza positiva, aiutandolo nella risoluzione di problemi. In realtà il rimuginare porta le persone ad essere bloccate emotivamente in un sistema d’ansia e insicurezza con una falsa percezione di aver risolto i problemi.

Se questi meccanismi sono utilizzati in modo continuativo e si inizia ad essere consapevoli dell’impatto che hanno nella qualità della propria vita, si può decidere di intraprendere un percorso psicologico, per individuare i meccanismi sottesi che lo hanno generato, al fine di modificare questo stile di pensiero con altre modalità più funzionali e costruttive.

APPUNTI DI BUSINESS: “Il segreto della comunicazione all’interno della tua strategia di marketing operativo”

Una rubrica dedicata a temi legati a Business e PMI per spiegare in maniera semplice e fruibile come far sopravvivere una piccola o media impresa nella giungla del Business.

A cura di Andrea Bordignon

Customer Experience Manager

Buongiorno a tutti e bentornati all’interno nella nostra rubrica “Appunti di Business”.

Volevo prima di tutto scusarmi con tutti voi, perché purtroppo è passato molto più tempo di quanto volessi, rispetto alla data di pubblicazione dell’ultimo articolo. E’ stato davvero un periodo molto intenso ma spero e credo che possiate perdonarmi; del resto, immagino che sia un problema piuttosto comune, per chi è interessato a leggere questo tipo di contenuti.

Ma torniamo a noi…

Nelle ultime uscite, avevamo trattato una tema particolarmente prioritario nella strategia di una qualsiasi attività imprenditoriale: avere un POSIZIONAMENTO DIFFERENZIANTE rispetto alla concorrenza.

E’ giunto ora il momento di iniziare ad occuparsi degli step successivi.

Per poter acquistare un nostro prodotto, il cliente deve passare attraverso cinque step molto chiari:

  1. Consapevolezza di avere un bisogno o desiderio
  2. Scegliere il tipo di prodotto o servizio che soddisferà quel desiderio
  3. Scegliere il fornitore di quel prodotto o servizio
  4. Accettarne il prezzo
  5. Trovare una ragione per agire immediatamente e non rimandare

Credo che sia evidente che, nel momento in cui un potenziale cliente assume la consapevolezza di avere la necessità di acquistare qualcosa, entri inevitabilmente in campo la strategia di comunicazione scelta per la tua impresa, che potrà permetterti un importante vantaggio competitivo, rispetto ai tuoi competitors.

Le possibilità sono diverse ed oggi, non farai alcuna fatica ad individuare agenzie di comunicazione o consulenti di Marketing che possano supportarti in questa decisione. Tuttavia, occorre prestare molta attenzione nel decidere quali siano i contenuti, piuttosto che i canali più opportuni per comunicare.

Spesso, infatti, mi sono trovato di fronte a clienti a cui era stata proposta una pubblicità creativa “breve e di impatto” ma occorre sempre tenere in considerazione che il marketing per acquisire clienti è un processo, non uno spot.

Affinchè una strategia di comunicazione riesca a generare risultati concreti e reali (ovvero un aumento di fatturato e soprattutto profitti), occorre puntare l’attenzione su un target di potenziali clienti molto specifico.

Nessuno di coloro che legge, infatti, immagino non possa affermare di vendere prodotti di largo consumo come se dovessero arrivare indistintamente “a tutto il mondo”. Se siamo micro, piccoli e medi imprenditori abbiamo probabilmente un target di clientela molto preciso e focalizzato.

E queste persone vanno condotte per mano con il nostro marketing a:

  • Capire che hanno un problema o un desiderio irrealizzato
  • Capire che il nostro prodotto o servizio sia la soluzione a quel problema/desiderio
  • Capire che lo devono comprare da noi e non da una soluzione simile data dalla concorrenza
  • Capire che il prezzo che chiediamo è giusto
  • Capire che lo devono comprare ora e non aspettare

E tutte queste cose non si possono realizzare, nella maggior parte dei casi, con uno spot di 15”, per quanto possa essere creativo ed accattivante.

O meglio, potrebbe dare i propri frutti, solo se alle spalle ci fosse un brand ormai perfettamente riconosciuto, magari leader del settore che la maggior parte dei problemi che abbiamo elencato sopra li ha già risolti da tempo.

Se, invece, non guidi la Coca Cola ma una PMI del tessuto imprenditoriale italiano, occorre che tu tenda sempre bene a mente che senza un marketing che conduca per mano i nuovi potenziali clienti nella direzione giusta, senza i giusti segnali stradali, le tue vendite si perderanno per strada.

Per questo, almeno nelle basi solide, un imprenditore deve essere in grado di creare da sé un piano efficace di marketing operativo e poi al massimo delegare ad altri l’esecuzione di quel piano, sotto la sua ferrea supervisione.

Sperando che queste indicazioni possano esservi state utili, anche solo per indurvi a fare delle riflessioni circa le vostre attività, vi rimando all’appuntamento in uscita nelle prossime settimane, per continuare ad aumentare il volume del nostri “Appunti di Business”.

PsiCHIcoline: “Benvenuti, vi presento la nuova rubrica”

Una rubrica che nasce dal desiderio di avvicinare maggiormente le persone alle tematiche  psicologiche. Conoscere e conoscersi per considerare i problemi, le paure, le sofferenze come opportunità, spesso scomode e sgradite, di fermarci e guardarci dentro per trarre nuova forza, consapevolezza, speranza e fiducia.

A cura della Dott.ssa Monica Rupo

Psicologa – Psicoterapeuta

Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto,

vedere in primavera quel che si era visto in estate,

vedere di giorno quel che si era visto di notte.

(Josè Saramago)

Mi presento, mi chiamo Monica Rupo e sono una Psicologa Psicoterapeuta, sono specializzata  in Psicoterapia Psicoanalitica Individuale dell’Adulto conseguito presso la Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica di Torino. Ho lavorato per molti anni nel settore delle dipendenze, nello specifico nell’alcol dipendenza, da cui ho attinto un bagaglio di esperienza insostituibile. In questi ultimi anni lavoro come libera professionista e mi mi occupo di  aspetti che riguardano la sfera emotiva e relazionale che le persone hanno nei i propri contesti di vita, coppia, famiglia, scuola.

Lavoro con adulti, coppie, adolescenti e genitori di figli adolescenti. In questi anni sono stati fatti molti passi avanti nell’accettazione della Psicologia come scienza che permette di aiutare le persone nei momenti di difficoltà e di sofferenza;  che si occupa dunque dell’uomo nella sua globalità e non soltanto negli aspetti patologici del suo comportamento. Questa rubrica rappresenta per me l’occasione di unire due grandi passioni, la psicologia e la lettura/scrittura. Cito una frase di Tiziano Terzani che dice: “Il rispetto nasce dalla conoscenza e la conoscenza richiede impegno, investimento, sforzo.” Perché per conoscere più a fondo noi stessi e gli altri dobbiamo andare oltre le apparenze, oltre la superficie. Dobbiamo dotarci di strumenti che la conoscenza può darci per non rimanere fermi, fissi nelle nostre impressioni, non siamo un fermo immagine ma un movimento che danza e fluttua, cambia e si trasforma nel tempo. Siamo immagini a colori, in bianco e nero, opache, cangianti, nitide, e sfuocate a seconda del tempo, a seconda di come stiamo. Dico spesso ai miei pazienti che uno degli obiettivi della psicologia è capire come funzioniamo, con noi stessi e nei confronti degli altri. Capire  ed individuare i meccanismi interiori e relazionali che non funzionano e partono da soli, come una sorta di pilota automatico che si innesca senza che ce ne rendiamo conto, diventare più consapevoli di tali meccanismi ci da la possibilità di tornare in cabina di pilotaggio e riprendere la rotta e la destinazione che scegliamo per noi.

Allacciate le cinture…si parte e buon viaggio!

12

Condividi